SINODO 2021: UNA TRACCIA PER LA DIOCESI DI NOLA

 

Un Sinodo «dal basso»
Si svolgerà tra il prossimo ottobre 2021 e ottobre 2023 il Sinodo fortemente voluto da Papa Francesco sul tema Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione e missione. Le indicazioni sono chiare: bisogna ripartire dal Convegno Ecclesiale di Firenze che «con i cinque verbi tratti da Evangelii Gaudium – uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare – traccia la rotta lungo cui navigare» (Card. Bassetti); va pensato non come un «evento», bensì come un «processo»; deve assumere una “direzione” e un metodo precisi: «il Sinodo deve cominciare dal basso in alto, nelle piccole comunità, nelle piccole parrocchie. Questo ci chiederà pazienza, ci chiederà lavoro, ci chiederà far parlare la gente» (Papa Francesco). Il coinvolgimento della gente, di tutti i membri che compongono il «popolo di Dio» (uomini e donne, religiosi, diaconi, sacerdoti, vescovi), è probabilmente la novità più sorprendente, perché realizza finalmente la scelta di «andare alla base», come proprio Francesco aveva chiesto nel discorso tenuto all’Assemblea generale della CEI nel 2019.

A partire dalle diocesi, in ascolto di tutti
Una tappa fondamentale, quindi, è rappresentata dalla fase diocesana che durerà circa sette mesi (ottobre 2021-aprile 2022): «l’obbiettivo di questa fase è la consultazione del Popolo di Dio, affinché il processo sinodale si realizzi nell’ascolto della totalità dei battezzati, soggetto del sensus fidei infallibile in credendo», è scritto nella Nota del Sinodo dei Vescovi del 21 maggio scorso. Inoltre «ogni vescovo nominerà un responsabile diocesano della consultazione sinodale, che possa fungere da punto di riferimento e di collegamento con la Conferenza Episcopale e che accompagni la consultazione nella Chiesa particolare in tutti i suoi passi (prima di ottobre 2021)». Inoltre – riporta ancora la nota – «ogni Conferenza Episcopale nominerà a sua volta un responsabile (eventualmente un’equipe) che possa fungere da referente e da collegamento tanto con i responsabili diocesani quanto con la Segreteria Generale del Sinodo (prima di ottobre 2021)».
Il ruolo delle diocesi sarà, dunque, capitale: «la consultazione nelle diocesi si svolgerà attraverso gli organi di partecipazione previsti dal diritto, senza escludere le altre modalità che si giudichino opportune perché la consultazione stessa sia reale ed efficace. La consultazione del Popolo di Dio in ciascuna diocesi si concluderà con una riunione pre-sinodale, che sarà il momento culminante del discernimento diocesano».

L’esperienza del X Sinodo della diocesi di Nola
La Chiesa di Nola è reduce dall’esperienza del suo X Sinodo diocesano. Indetto dal Vescovo Beniamino Depalma l’11 ottobre 2012 ebbe una durata di circa quattro anni di intenso e fecondo lavoro che vide la conclusione nel 2016.
Chiara la finalità, scrupoloso il metodo, definito il soggetto. La finalità: ritornare al Cenacolo «per lasciare che lo Spirito ci illumini, per proclamare una Parola capace di toccare il cuore e l’intelligenza dell’uomo e donarci stili di vita che siano concretezza salvifica della nostra presenza nella storia accanto agli uomini di questo tempo» (B. Depalma). Il metodo: è proposto «un percorso di riflessione in cui, insieme, interrogarsi, comprendere, valutare, immaginare, progettare; con uno sguardo che sappia andare continuamente dalle nostre comunità alla realtà in cui sono immerse, imparando a pensarci come Chiesa aperta, costantemente “in uscita”, perché in cammino accanto agli uomini e alle donne dei nostri paesi» (Instrumentum laboris). Il soggetto: «l’intera comunità cristiana» (Instrumentum laboris) chiamata a discernere questo nostro tempo in cui non è più possibile immaginare una Chiesa «quale cittadella fortificata, rinchiusa nelle sue sacrestie e timorosa
di tutto ciò che accade nel mondo» o pretendere «nuove regole […] o ricette precostituite» (B. Depalma).
Il risultato del lungo e complesso cammino sinodale è consegnato alle parole scritte da Depalma nel messaggio “Uomini e donne di questa terra, accoglieteci!”. Rivolgendosi idealmente a quanti, uomini e donne di buona volontà, sono i principali protagonisti della rete sociale della diocesi, il Vescovo annuncia che è stato compiuto «il faticoso sentiero del discernimento comunitario» durante il quale, avvolti dallo sguardo del Risorto, «sono emersi numerosi semi di bene e di solidarietà, i talenti che in tanti, instancabilmente, spendono nel campo sterminato dell’evangelizzazione, dell’educazione e della formazione, del sostegno dei poveri, dell’elaborazione e della prassi culturale e socio-politica» (B. Depalma).
«Abbiamo imparato ad amare di più» scrive a più riprese il Pastore nolano, «Cristo e la Chiesa; i dimenticati, i poveri, gli ultimi; le famiglie e i giovani; i lavoratori, i sindacalisti, gli imprenditori; la Politica e le grandi agenzie educative del territorio». Insomma, una Chiesa che domanda di rinsaldare “lo sposalizio” con la società e la cultura che è chiamata ad amare “qui ed ora”, nello squarcio di spazio e di tempo in cui Dio l’ha inserita.

Nel solco del Sinodo diocesano: l’esortazione del Vescovo Marino
Il 14 maggio 2016 si chiuse la celebrazione del Sinodo ed ebbe inizio il processo d’incarnazione di uno stile. Lo ha ricordato molto bene Mons. Francesco Marino, successore di Depalma, quando, nella Lettera Pastorale Da Emmaus alle parrocchie del 2020, scrive «il Sinodo è un avvenimento ecclesiale più ampio di un periodo storico». Secondo il criterio indicato da Papa Francesco in Evangelii gaudium (cfr. nn. 222-225), infatti, anche il Sinodo diocesano è da considerarsi come un processo che richiede «tempo per svilupparsi, senza pretendere, quindi, di avere subito e/o di possedere o tenere in mano il risultato che ci si prefigge» (F. Marino). Per questo, continua il Vescovo, «il compito che ci è davanti – a partire da me vescovo, dai presbiteri e dai fedeli laici – non risiede esclusivamente nel riferirci al Sinodo nel suo “spazio”, negli anni del suo momento celebrativo, nel riferimento al Libro Sinodale e alle linee guida conclusive […], piuttosto in una prospettiva di attenzione al “tempo” è urgente chiedersi: cosa ci lascia profondamente il Sinodo diocesano? Cosa appartiene, ormai irreversibilmente, alla nostra chiesa particolare? Cosa travalica, addirittura, gli stessi attori sinodali, quasi espropriandoli del possesso stesso del “nostro sinodo” e rendendolo patrimonio da trasmettere in eredità alle future generazioni?».
Dopo quattro anni dalla sua chiusura celebrativa, Marino esorta la Chiesa diocesana a non sciupare le tre maggiori conquiste ottenute da quel tempo fecondo: «un metodo: ascoltare-discernere-interpretare; un criterio: coniugare Vangelo ed esperienza umana; uno stile: la condivisione e la testimonianza sull’esempio del Signore Gesù».

Il prossimo Sinodo 2021: opportunità da sfruttare e rischi da evitare
Si è già scritto che la diocesi di Nola non è nuova a questo tipo di esperienza ecclesiale. Dal prossimo ottobre e fino al mese di aprile 2022, anche per essa si apre un tempo utile per riscoprire lo stile della sinodalità. Le indicazioni, comuni a tutte le diocesi italiane, sono chiare e perentorie; la loro applicazione, invece, richiede senso di disponibilità, spirito di pazienza, voglia di ascolto, di dialogo e di autentico confronto.
La fase diocesana rappresenta un punto nodale per poter attribuire all’intero avvenimento un carattere realmente ecclesiale; ecco perché un suo approccio sapienziale permetterebbe di considerare le opportunità che questo tempo riserva, ma anche i rischi sempre in agguato da cui sfuggire.
Opportunità:
– rinnovare la scelta di un “Sinodo permanente”. Il Sinodo, oltre le forme celebrative esteriori che lo determinano in un preciso segmento temporale, si realizza all’atto in cui si incarna in uno stile di vita. L’occasione del prossimo Sinodo permette alla Chiesa di Nola di ravvivare l’impegno a stare nella vita e nel mondo con uno stile pensoso, chiedendosi costantemente cosa voglia dire essere credenti ed essere Chiesa di fronte alle sfide che vengono dall’uomo e dalla storia. Viene offerta nuovamente alla diocesi campana la possibilità di provare a tradurre in prassi termini come “dialogo”, “comunione”, “conversione pastorale”, “cambio di mentalità” e non di porsi comodamente in attesa di eventuali nuove norme o regole derivanti dall’alto.
– Maturare l’arte del discernimento. Docilità allo Spirito e ascolto della storia, queste le “assi portanti” del discernimento. Avvertendo ancora l’eco della domanda che, come un sottofondo musicale, accompagnava i lavori del Sinodo diocesano, Come mai questo tempo non sapete valutarlo? (Lc 12,56), è offerta l’opportunità non di trovare risposte sbrigative alle domande che emergono dal vissuto, quanto piuttosto di lasciarsi avvolgere ed interrogare da esso, immergersi nei suoi problemi e nelle sfide sempre pronte a manifestarsi. Per troppo tempo la Chiesa, forte della consapevolezza di essere custode del patrimonio della fede cristiana, ha immaginato di dover dare risposte, orientare riflessioni, indirizzare il pensiero comune. La società post-moderna non è più disposta a ricoprire un ruolo “di ricezione” verso la comunità ecclesiale. Per questo motivo, il ruolo dei credenti oggi appare certamente meno tranquillo, ma assolutamente più avvincente ed intrigante.
– Preferire l’opzione della Koinonia. La prevedibile difficoltà a realizzare le scelte e le decisioni raggiunte al termine del Sinodo nel 2016 è emersa piuttosto prontamente. Una pastorale molto frastagliata, divisa, in cui continuava ad essere allettante la tentazione di curare solo ciò che cadeva sotto l’ombra del proprio campanile fece da specchio a questa fatica di tradurre in concretezza uno schema teorico pressocchè perfetto. I mesi che ci stanno davanti potrebbero rappresentare di nuovo uno sprone ad incamminarsi decisamente verso l’opzione della Koinonia. Nella recente enciclica Fratelli tutti uno dei termini maggiormente utilizzati dal Pontefice è “insieme”: insieme si costruisce un sogno, insieme si cerca la verità, insieme si percorre la strada verso una crescita comune, insieme si idealizza e si attua un progetto… Naturalmente, insieme non significa promuovere e perseguire risoluzioni sostenute da pochi e fatte passare per esiti deliberati “insieme agli altri” oppure disporsi all’ascolto di tutti, ma giungere ugualmente a conclusioni approvate da un gruppo circoscritto. Lavorare, confrontarsi, dialogare insieme comporta necessariamente fatica, talora stanchezza, ma lascia trasparire docilità allo Spirito che spesso (come testimoniano diversi episodi della Scrittura) si esprime attraverso gli ultimi e i non “addetti ai lavori”.

 

Rischi
La fase della consultazione diocesana riserva imprevedibili sorprese, ma anche possibili rischi che vanno continuamente attenzionati.
– Occasione, non adempimento. Appena sopra si è fatto cenno ad alcune possibili opportunità che il primo step del Sinodo nazionale presenta: viverlo sotto questa luce, senza cadere nell’insidia di lasciarlo passare come un adempimento necessario da compiere. Il rischio di segnarlo semplicemente “nell’agenda pastorale”, già di per sé affollata di impegni più o meno significativi, è davvero grosso. Affrontarlo in questi termini significherebbe rifiutare a priori l’idea che il Sinodo concretamente potrà rappresentare un crocevia importante per il futuro della Chiesa italiana. Non credere in questo, a sua volta, significherebbe svalutare l’azione dello Spirito Santo che ha ispirato Papa Francesco a sollecitare questo momento.
– Sinodalità di superficie, non di sostanza. Un secondo rischio da evitare è rappresentato dalla possibilità di prestarsi ad una sinodalità di superficie, non di sostanza. Se il successore di Pietro insiste molto sull’acquisizione di una mentalità e di uno stile sinodale è perché fin dai primi passi del suo pontificato egli ha fatto comprendere chiaramente di volersi muovere nel solco del Concilio Vaticano II, la cui piena ricezione appare ancora lontana. Espressioni come “sinodalità”, “Popolo di Dio”, “riforma”, “conversione pastorale”, ecc., non sono neologismi coniati dal vocabolario bergogliano. Ad esse, in verità, bisognerebbe essere già abbastanza avvezzi, perché proprie del linguaggio conciliare. La vera preoccupazione di Papa Francesco consiste proprio nell’appplicazione di quanto emerso al termine dell’assise conciliare. Non una sinodalità di superficie, dunque, ma di sostanza che, concretamente, si realizza nel rendere attivo e partecipativo l’intero Popolo di Dio, di cui anche i ministri ordinati fanno parte, senza esserne detentori: «non si può riflettere sul sacerdozio al di fuori del santo popolo di Dio. Il sacerdozio ministeriale è conseguenza del sacerdozio battesimale. Se voi pensate al sacerdozio isolato dal popolo di Dio, quello non è sacerdozio cattolico» ha tuonato Francesco rivolgendosi ai seminaristi del Convitto “S. Luigi dei Francesi” lo scorso 7 giugno 2021.
– Tempi e metodo. Un Sinodo, fosse anche al primo stadio del suo corso, non si nutre soltanto di idee, di riflessioni, di proposte e ragionamenti. Anch’esso è definito entro una tempistica e si concretizza attraverso un metodo. Una progettazione improvvisata è un ulteriore rischio da evitare.

Tempi. Ottobre 2021 ad aprile 2022, questi i limiti di tempo entro cui avviene la fase diocesana. A questo periodo, tuttavia, è auspicabile anticipare fin da subito un periodo “preparatorio” che veda coinvolti gli attori principali (l’equipe, nominata dall’Ordinario e gli Organi di partecipazione previsti dal diritto, come suggerito dalla Nota dei Vescovi del 21 maggio scorso). Questo primo momento di lavoro, ancorché coincida con la stagione estiva e, quindi, poco favorevole all’impiego di energie fisiche e mentali utili allo scopo, è molto delicato: si chiarisce la finalità, si stabiliscono gli obbiettivi intermedi per raggiungerla, si fissa la tabella di marcia, si decide eventualmente quando effettuare una verifica dei passaggi compiuti e di quelli restanti. Insomma, una “mappatura” di quegli elementi utili a conferire ordine all’andamento del cammino.

Metodo. La sopracitata Nota dei Vescovi, nel sottoparagrafo dedicato alle Diocesi, suggerisce un metodo. Anzitutto i soggetti coinvolti: principalmente l’equipe che il Vescovo diocesano provvederà a nominare e gli Organi di partecipazione. Non sfugga, tuttavia, l’aggiunta «senza escludere le altre modalità che si giudichino opportune perché la consultazione stessa sia reale ed efficace». Il riferimento che viene proposto è Episcopalis Communio 6 che puntualizza ulteriormente il senso di sinodalità che mai deve essere trascurato; si sottolinea, infatti, che il Sinodo, benché «un organismo essenzialmente episcopale» nella sua composizione, risulta essere anche «uno strumento adatto a dar voce all’intero Popolo di Dio». Quali potrebbero essere, allora, le «altre modalità» che potrebbero contribuire a rendere la consultazione più reale ed efficace? La risposta è affidata al discernimento del Pastore, il quale, tuttavia, anche in questo caso potrebbe muovere “dal basso”, includendo, cioè, quelle persone, abitualmente tralasciate, ma che potrebbero rivelarsi voce espressiva del sensus fidei fidelium. Una Chiesa che voglia parlare alla storia deve mettersi in ascolto della storia e può farlo soltanto ponendosi liberamente in dialogo con tutti soggetti che la incarnano, senza attuare alcun vaglio di razza, fede, cultura, opinioni, ecc.

Conclusione
Il prossimo Sinodo nazionale si concluderà ad ottobre 2023: «la sensazione è di una Chiesa insediata sul territorio, ma sradicata dal Paese, alla ricerca di un nuovo radicamento, ma più con una “conversione della pastorale” che attraverso una “conversione pastorale” di sé stessa: quando si potrà parlare di un “magistero pastorale” dal basso più che di una “Chiesa gerarchica” dall’alto? Non è questa la sfida ereditata dal Concilio Vaticano II?» (A. B. Simoni). Sono parole forti, ma realistiche, queste del domenicano Simoni che lasciano, tuttavia, trasparire l’impressione che davvero la Chiesa avverte come un’urgenza quella di rimodulare il suo essere in Italia per improntare con la società un dialogo fecondo e sereno. In quest’ottica si potrebbe affermare che il Sinodo si presenta come tempo provvidenziale i cui esiti, evidentemente, non sono prevedibili, ma certamente orientati dallo Spirito. È importante, intanto, mettersi in cammino, consci che anche la Chiesa necessita di tempi per giungere a determinati livelli di maturazione e di consapevolezza. Lasciarsi interrogare, riflettere, dialogare…in una parola, provare ad incamminarsi, sarebbe già un primo risultato acquisito.

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