La crisi del maschio e la valorizzazione della donna. Quale incidenza nella Chiesa?

Riporto alcuni passaggi del recente testo “La Chiesa brucia? Crisi e futuro del cristianesimo” di Andrea Riccardi su un tema che ritengo davvero molto interessante: quale incidenza ha la crisi della mascolinità e la valorizzazione sempre crescente della donna nell’istituzione ecclesiale? Ecco il testo.

«Col ’68 entra in grave sofferenza l’autorità patriarcale: padre, maestro o superiore religioso. Con la crisi del maschio, si è incrinata la figura del “padre” […]. Il maschio, con alcune eccezioni carismatiche femminili, ha rappresentato nell’orizzonte cattolico il riferimento per eccellenza, non fosse che per il sacerdozio ministeriale, centrale nella Chiesa. Viene a vacillare lo sfondo antropologico e sociale in cui si collocava da sempre il ministero sacerdotale. Lo sfondo di paternità maschile non sostiene più o sostiene sempre di meno il sacerdote nella sua identità e nell’esercizio del ministero. Non c’è soltanto – come si afferma – il problema dell’ordinazione delle donne, ma si devono fare i conti con la crisi del modello di autorità maschile, fenomeno che si mette in evidenza troppo poco. La crisi del modello di autorità è forte nelle comunità religiose e contribuisce al loro sfaldamento […]. La crisi del maschio s’intreccia con quella del prete, del suo sacerdozio, dell’autorità e della paternità.

La fine del dominio maschile si accompagna al processo di liberazione delle donne che cambia in profondità i rapporti sociali e familiari. In Europa il dominio maschile è progressivamente morto senza che si senta troppo il bisogno di ricostruire o rimpiangere la società di ieri, considerata autoritaria.
Tale processo ha scardinato un ordine ineguale uomo-donna nel cui rapporto la Chiesa viveva da secoli, avendolo pure sacralizzato […]. Da mezzo secolo tutto è cambiato. Ci si domanda: nella Chiesa si sono colte tutte le conseguenze di tale cambiamento? Nella Chiesa non mi pare sufficientemente per quello che riguarda le donne, nonostante importanti documenti e qualche nomina femminile in posti di media responsabilità […]. La Chiesa, infatti, resta una struttura essenzialmente maschile, soprattutto nel suo aspetto gerarchico e di governo, dove il ruolo delle donne è decisamente ausiliario o volontario, raramente di responsabilità […].
Tuttavia va notato un altro fatto. Il mondo maschile ecclesiale non è più quello di ieri, perchè anch’esso segnato dalla crisi del maschio. Le forme ecclesiastiche sono in piedi, ma l’antropologia di chi le interpreta non è più quella della società maschile di ieri. La Chiesa resta, nelle sue strutture, una realtà maschile, in cui però almeno una parte di uomini che la guidano sono cambiati nella coscienza di se stessi e della loro autorità […]. È una realtà su cui poco si è riflettuto, mentre sono rimasti in piedi i ruoli, i titoli, le pratiche e le distanze di sempre, pur essendo l’esercizio del ministero meno protetto socialmente.
La “conversione pastorale” di cui scrive Francesco non spinge, forse, ad introdurre una revisione dei rapporti tra uomini e donne in un quadro comunitario, se lo si vuole comunionale? […]. L’affermazione della dimensione comunitaria, rispetto a quella verticale, tradizionale e maschile, dovrebbe appunto fondarsi su un’alleanza che renda giustizia alla realtà delle donne, ma anche alla realtà stessa della vita. Inoltre libereremo energie, aprirebbe la strada a una presenza più vera e attuale della Chiesa, corrispondente all’umanità dei nostri tempi.
In questo modo, una Chiesa un po’ stanca e guidata da una leaderschip maschile infragilita, si arricchirebbe anche di nuove e originali risorse spirituali e umane, nonché di nuove responsabilità femminili esercitate anche con diverso sentire. Non si tratta di adeguarsi allo “spirito del tempo” né di fare qualche “maquillage”, ma di cogliere la realtà umana dei fedeli e di trasformare una realtà istituzionale in “una comunione di donne e di uomini”».

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