Messaggi della GMG: il Papa non parla, comunica ai giovani

Il Papa con i giovani della GMG

Parlare alle nuove generazioni può anche risultare facile, comunicare non lo è affatto. Papa Francesco ci riesce, perché, fin dai primi passi del suo pontificato, è stato capace di colmare quella “distanza comunicativa” tradizionalmente esistente tra l’istituzione ecclesiastica e i giovani. Basterebbe considerare il vocabolario scelto dal Pontefice, nei testi scritti come negli interventi “a braccio”, per accorgersene: l’utilizzo di una terminologia dell’immediato, farcita di parole e espressioni comuni, svestita di una certa “sacralità” istituzionale, lo ha reso immediatamente apprezzato dalla collettività (tutti ricordiamo quel «buonasera!» esclamato dalla loggia la sera della sua elezione a successore di Pietro, normalmente così insolito sulle labbra di un Pontefice). Si potrebbe, altresì, proporre innumerevoli considerazioni sulla sua modalità comunicativa non verbale che va assolutamente verso la stessa direzione: il contatto naturale e spontaneo con la gente; il sorriso sul suo volto, immortalato continuamente dai media che attesta una profonda serenità d’animo; la gestualità semplice e familiare con cui lo si vede carezzare i piedi dei carcerati durante il rito della lavanda dei piedi nella celebrazione «in coena Domini» del Giovedì Santo 2019 o consumare un pranzo con gli indigenti in occasione Giornata Mondiale dei Poveri dello stesso anno o, più recentemente, vederlo il giorno dell’Immacolata dello scorso anno, fermarsi presso un drappello di militari, stringergli la mano e porgergli un piccolo omaggio.
Papa Francesco comunica così e, proprio per questo il suo magistero, fatto di parole e gesti, risulta particolarmente incisivo. Persino con i giovani, generalmente piuttosto critici con le istituzioni, particolarmente con quella ecclesiastica. I messaggi delle GMG, che sono il canale comunicativo più utile per raggiungerli tutti, ne sono un esempio.
Nel recente messaggio per la XXXVI GMG del prossimo 21 novembre, Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto!, ciò che colpisce particolarmente è l’utilizzo di termini propri del “linguaggio giovanile”, oggi fortemente attraversato dagli influssi del dizionario mediatico: «nickname», «storie», «followers». Perché la comunicazione del Papa risulta facilmente comprensibile ai giovani? Perché il significato di alcune parole o espressioni che egli utilizza risulta immediatamente accessibile al giovane che ascolta (o legge), senza necessità di compiere alcuno sforzo per tentare di interpretare il senso contenuto nel linguaggio del Pontefice. La questione non riguarda semplicisticamente la trasmissione di un contenuto, ma interessa la comunicazione di un messaggio che diventa, per chi desidera accoglierlo, ricerca ulteriore di senso. In altre parole, Papa Francesco ha compreso perfettamente che la comunicazione genera cultura, perché è diventata stile di vita, mentalità e modo di agire in grado di dare, alle
categorie culturali della società, connotati nuovi.
In questa prospettiva, utilizzare il termine «nickname» (adoperato nel messaggio per la GMG in riferimento al nuovo nome che l’apostolo delle gente assegna a sé stesso dopo l’esperienza di conversione sulla via di Damasco: Paolo) diventa opportunità con cui Papa Francesco, tra le righe, invita i giovani a non assumere, nella vita quotidiana, una “personalità finta” come accade quando, attr
averso un nickname, si accede nel mondo virtuale che permette, nel più totale anonimato, di essere “un altro” rispetto alla propria identità reale. Utilizzare la parola «storie» (nel linguaggio social, le “storie” o “stories” sono una funzionalità che permette di “postare” foto, immagini o brevi scritte usata da una vasta platea di giovani e giovanissimi non abituati a una certa verbosità) in riferimento a S. Teresa di Lisieux che vedeva la verità risiedere nell’umiltà, permette al Pontefice di suggerire ai giovani una scelta in controtendenza rispetto a quella del facile successo ricercato affannosamente: «si cercano sempre di più le luci della ribalta, sapientemente orientate, per poter mostrare agli “amici” e followers un’immagine di sé che a volte non rispecchia la propria verità. Cristo, luce meridiana, viene a illuminarci e a restituirci la nostra autenticità, liberandoci da ogni maschera». Non bisogna essere “altro” da ciò che si è per ottenere l’amore di Dio, «perché ci ama così come siamo».
Quanto scritto finora ci autorizza ad una riflessione particolarmente importante se, come annunciatori della Bella Notizia, vogliamo continuare efficacemente l’opera di evangelizzazione. Non v’è dubbio che non può esserci evangelizzazione se non c’è comunicazione, anzi, l’evangelizzazione è comunicazione. Se accogliamo questo assioma, risulta inevitabile affermare che, se la comunicazione ha ormai cambiato la propria identità, occorre immaginare nuove vie di evangelizzazione ed il coraggio di attuarle. Poc’anzi si è scritto che la cultura non è semplicemente un insieme di tecnologie, ma negli ultimi decenni si è trasformata in cultura. Compito dell’evangelizzatore è tentare, sempre di più, di “abitare” la cultura, di “inculturare” il Vangelo in essa, sapendo che occorre cambiare modo di comunicare: «Dio è creativo, non è chiuso e, per questo, non è mai rigido. Dio non è rigido! Ci accoglie, ci viene incontro, ci comprende. Per essere fedeli, per essere creativi, bisogna saper cambiare. Saper cambiare» (FRANCESCO, Discorso ai partecipanti al Congresso internazionale dei catechisti del 27.09.2014).



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