LA CATECHESI NELLE LETTERE PASTORALI DI MONS. BENIAMINO DEPALMA (II)

Si è già scritto, nella prima parte dell’articolo precedente, della visita pastorale tenuta dal vescovo Depalma negli anni 2006-2011 da cui emerge l’urgenza di ricategorizzare l’impostazione pastorale delle parrocchie e, quindi, della catechesi. Tuttavia, l’attenzione alla catechesi emerge dalla grande maggioranza dei documenti, dalle lettere, dalle esortazioni da lui scritte, ogni anno, alle parrocchie, agli uffici pastorali diocesani o ai vari operatori impegnati concretamente nelle comunità cristiane del territorio.  In questa sezione dell’articolo si prenderanno in considerazione i vari scritti di Depalma, presentandoli in ordine cronologico, dal suo arrivo fino ad oggi, soffermandosi soprattutto sulle questioni inerenti la catechesi nei suoi molteplici aspetti. 

Per l’anno pastorale 2000-2001, il suo primo effettivo da Pastore della diocesi di Nola, il vescovo scrive ed invia a tutte le comunità cristiane diocesane la Lettera Pastorale In Principio, la Parola.[1]

Come prima Lettera Pastorale, il nuovo vescovo sceglie di porre al centro della riflessione l’importanza della Parola di Dio. Fin dalle prime battute si evince chiaramente che il contenuto della Lettera non sarà certamente un trattato sulla Parola o un approfondimento teologico sulla Sacra Scrittura, quanto piuttosto una sottolineatura importante sul primato della Parola di Dio che ritiene essere «un aspetto prioritario della nostra progettazione pastorale».[2] Sulla scia di quanto scritto dal predecessore,[3] Depalma intuisce necessario ed impellente un «nuovo annuncio della Parola agli adulti, sulla base di una constatazione che in essi […] non è dato più di presupporre l’esistenza della fede».[4]
Quale il compito della catechesi, dunque? Riscoprire la centralità della Parola di Dio in tutte le dimensioni che la riguardano: annuncio, celebrazione e carità. In tutti gli ambiti in cui la comunità ecclesiale annuncia Cristo, è necessario ridare centralità alla Parola, perché ogni gesto di carità, ogni parola e ogni azione liturgica possa diventare «comunicazione al mondo della Parola fatta carne».[5] Affinché si riesca a valorizzare la Parola nelle dimensioni in cui si articola la catechesi, conclude il vescovo, è necessario la formazione di catechisti e operatori pastorali, ai quali viene chiesto di «qualificare, ampliare, diffondere»[6] la Parola, con la quale bisogna avere “confidenza” e dimestichezza.

Tanta è l’importanza data al recupero della Parola, che le successive tre lettere pastorali, attraverso cui il Vescovo darà le linee-guida per il cammino pastorale dei tre anni successivi (dal 2001 al 2003), avranno tutte come comune denominatore il primato della Parola. In altri termini, la lettera pastorale In principio la Parola, scritta nel 2000, farà da sfondo agli altri tre scritti successivi che proveranno ad indirizzare gli orientamenti pastorali della vita parrocchiale delle comunità nei tre anni successivi. Questo fa comprendere la lungimiranza programmatica di Depalma che, ponendosi in continuità con le indicazioni pastorali della Chiesa italiana, non tralascia di immaginare nuove vie perché le stesse possano concretizzarsi nella Chiesa di cui è Pastore.

Dal 26 al 29 giugno 2001 la diocesi si è riunita in Convegno Ecclesiale Diocesano per comprendere le modalità attraverso cui annunciare la Parola, che è Cristo, nella vita ordinaria delle parrocchie.[7]
La pastorale, si afferma, non è soltanto un compito specialistico affidato esclusivamente ad “alcuni” né soltanto un’arte o un complesso di esortazioni, di esperienze eroiche, di metodi sempre più idonei ed efficaci destinati ad un “gruppo” selezionato chiamato a guidare l’intero apostolato della Chiesa. Fare pastorale è compito di tutti, perché è di tutti i cristiani “vivere” la Chiesa. “Vivere” la Chiesa è fare pastorale nel cuore stesso della società, dentro le coordinate della storia del mondo. Occorre, però, preparare itinerari, mezzi e sussidi adatti a realizzare una tale svolta.
Va, anzitutto, recuperata la lectio divina nelle parrocchie. È necessario che la Bibbia passi dalla cattedra dei professori o dalle mani dei contemplativi alla disponibilità di tutti gli operatori pastorali e della gente più semplice. Attraverso la lectio divina si potrà avere la possibilità di discernere le scelte da compiere, di “formulare” propositi di miglioramenti per la propria vita spirituale. Si fa impellente, quindi, la necessità di insegnare alla gente a “masticare, gustare e digerire” la Parola.
Nella parrocchia, viene affermato, all’introduzione sempre maggiore della Parola va affiancata la riscoperta dei mezzi per una nuova evangelizzazione. “Nuova” ovviamente non nei contenuti, ma nell’ardore, nei metodi e nel linguaggio, in modo da essere accessibile a tutti; “nuova” nell’essere comunicata a tutti in forma costante, ciclica, continuativa, battendo lunghi itinerari. “Nuova” nell’ardore: bisogna che i battezzati riscoprano l’entusiasmo coinvolgente dei primi cristiani, incapaci di contenere il dono della fede gratuitamente ricevuto dall’amore del Padre; nei metodi: l’evangelizzazione non può ripetere i moduli del passato, ma deve scoprire linguaggi e modalità “al passo coi tempi”, per rendere il Vangelo una notizia sempre bella e sempre nuova; nel linguaggio: emerge in tale contesto la necessità di intendere il termine “linguaggio” in senso ampio e con un’accezione più che altro di tipo culturale antropologico, come di intesa e di interazione con la cultura dell’uomo contemporaneo.
Infine, un terzo suggerimento concreto per realizzare l’annuncio della Parola nelle parrocchia è quello dei centri d’ascolto. I centri d’ascolto che si aprono nelle case possono diventare luoghi di “primo annuncio” della fede in un territorio cittadino che si va scristianizzando. Bisogna ritornare ad evangelizzare le masse. A questi va, poi, affiancato un cammino di catechesi permanente degli adulti, specie quelli lontani dalla vita della Chiesa. Vengono addirittura indicati alcuni suggerimenti pratici su cui comporre questa scelta pastorale di evangelizzazione: dopo aver diviso la parrocchia in zone pastorali, il parroco affida la pastorale di ogni zona a piccole comunità eterogenee per età, sesso, ceto sociale e cultura. Sono formate da persone che abitano in un palazzo o in un agglomerato di più palazzi e di più strade. Non nascono per se stesso, ma per essere lievito di Vangelo nel proprio contesto territoriale. Queste piccole comunità saranno, ovviamente, seguite, coordinate e monitorate da animatori (di solito coppie di sposi) debitamente preparati con un corso di qualificazione idoneo. Queste piccole comunità sono articolazioni più piccole di Chiesa parrocchiale; sono una “ramificazione” della parrocchia nel suo territorio, una sorta di “vasi capillari” ideati per portare il vangelo nelle parti più decentrate e periferiche della parrocchia.

Al termine del Convegno, il vescovo Depalma, nel settembre successivo, scrive la Lettera Pastorale del nuovo anno che andava ad aprirsi: La Parrocchia: “casa della Trinità” in mezzo alla gente.[8] In questa Lettera, il vescovo prova a realizzare nella Chiesa locale di Nola l’invito lanciato da Giovanni Paolo II ad “uscire” verso il mondo per annunciare Cristo. In effetti, il documento episcopale si rivela essere una magnifica sintesi dei lavori del Convegno Diocesano vissuto pochi mesi prima. Già nel titolo e nella prima parte (cc. I-IV), la parrocchia è presentata come «imago Trinitatis»,[9] vertice della contemplazione di Dio. Vedere e abitare la parrocchia dovrebbe diventare sempre più una “contemplazione di Dio” che pone la sua tenda in un determinato territorio. Pensata così, la parrocchia può diventare «ambiente che aggrega, evangelizza, inizia alla vita teologale».[10] Di qui, poi, l’offerta del Pastore di orientamenti e attese per la progettazione pastorale parrocchiale.

Come accennavo in precedenza, il primato della Parola di Dio fa da sfondo alle tre lettera pastorali indirizzate alla diocesi negli anni 2001-2004.
Lungi dall’essere un capitolo a sé o un tema facilmente isolabile, la Parola di Dio permea le linee-guida di questa lettera pastorale scritta per l’anno 2001-2002. L’efficacia di ogni apostolato, sia individuale che comunitario, riposa sul primato della Parola, sull’ascolto comune, capace di trasformare, di santificare e spingere a una robusta azione apostolica. In tal senso, e ben al di là di ogni attivismo d’accatto, la comunità parrocchiale si deve proporre quale primario obiettivo la diffusione del Vangelo «da correlare con tutto quello che c’è di bene nelle culture e nelle abitudini delle persone».[11] Il Vangelo, accolto e meditato assiduamente, rende capaci di scoprire ogni germe di bene che si trova nel cuore e nella mente degli uomini. Ogni comunità parrocchiale è chiamata a qualificare la propria azione con l’ascolto della Parola di Dio, perché essa costituisce «l’ambiente idoneo per l’annuncio e per l’ascolto, per il dono e l’accoglienza della fede cristiana».[12]
Predicazione dei parroci, settimane bibliche parrocchiali, pratica della lectio divina: saranno queste le attività in grado di far crescere realmente ogni comunità, dalla più piccola alla più grande. La Parrocchia diventerà, dunque, la “palestra” in cui si formano i testimoni credibili della fede, i santi, che parlano l’universale linguaggio dell’amore, dell’oblazione generosa. I cristiani di Nola, illuminati e nutriti dalla Parola di Dio, sono chiamati, così, a superare coraggiosamente i confini delle comunità parrocchiali, per aprirsi «ai non credenti e non praticanti»,[13] nel segno di una prossimità amorosa che è l’imprescindibile preambolo di ogni annuncio missionario.

Durante la celebrazione dei Vespri del 23 novembre 2002, nella Cattedrale di Nola, il Vescovo Depalma consegnò la sua lettera pastorale per l’anno 2002-2003. Sempre avendo come sfondo il primato della Parola di Dio, per il nuovo anno il Pastore ha voluto caratterizzare il tema in relazione allo stile della prossimità; il titolo della lettera, infatti, è: Una Parrocchia che comunica Gesù Cristo facendosi “prossima” a tutti.[14] Come scritto poc’anzi, per il nuovo anno pastorale 2002-2003 l’attenzione si è specificamente testata sull’esperienza parrocchiale che comunica la Buona Novella riscoprendosi in prossimità con ogni uomo. Per questa ragione, il Vescovo sottolinea, in maniera immediata, la scelta di ridisegnare la cellula parrocchiale in un contesto di nuovo annuncio. La lettera, divisa in quattro parti, compie il proprio itinerario partendo dalla suggestione dell’icona biblica del buon Samaritano, rileggendo la domanda essenziale “chi è il mio prossimo?” (Lc 10, 25-29). È la proposta di un allargamento di orizzonti a dover scandire le scelte che la chiesa deve compiere. Rifuggire dall’esperienza dell’estraneità per ricucire relazioni di prossimità con ogni persona. Questa visione chiede immediatamente una conversione del cuore che porti a considerare come «molti più che lontani sono stati, forse, allontanati da noi, che siamo diventati, per gli altri, motivo di scandalo a motivo delle nostre incoerenze morali, della nostra frattura tra fede creduta e fede vissuta, della nostra impermeabilità alle genuine esigenze del Regno».[15]
Nella seconda parte, Verso una parrocchia che “si fa prossima” a tutti gli abitanti del territorio, si individua nell’ascolto il grande atteggiamento da riscoprire nella prassi pastorale. In questa parte si sottolineano le due priorità che sono chieste alla Chiesa di Nola per trasformare il volto del territorio: l’urgenza della formazione e la cura delle relazioni.[16] In particolare, viene ribadito che bisogna lasciarsi coinvolgere «pronti al soccorso amoroso, alla cura fraterna, alla testimonianza silenziosa ed operativa, alla presa di posizione contro-corrente».[17] Per attuare tutto questo, la parola d’ordine che emerge dalla terza parte della lettera, è discernimento comunitario.[18] Dietro questa espressione si nasconde tutta la riflessione circa il rilancio degli Organi di partecipazione. È maturato il tempo delle risposte che vanno realizzate attraverso la valorizzazione del desiderio di autenticità presente specie nel cuore dei giovani. Frutto del discernimento comunitario è l’agire ecclesiale, ritraducibile nella sensibilità del sentire insieme. Le risorse comunitarie sono da riscoprire in una dinamica affettiva di partecipazione cordiale e profonda, dove è necessario ricacciare il senso della estraneità dal cuore e dalla modalità di azione pastorale.
In conclusione, questa Lettera pastorale, che accompagnerà il cammino della Chiesa nei mesi successivi, si rivelerà essere un nuovo tassello da aggiungere alla storia di fede e di cultura della nostra terra nolana.

Dopo aver ridato centralità a Gesù Cristo, Parola di Dio, e aver suggerito di riscoprirne la bellezza dell’annuncio nelle parrocchie, nel 2003 il Vescovo Depalma indica alcuni Orientamenti in previsione di un anno straordinario del Vangelo che desidera realizzare nel 2005. Una piccola, ma significativa Missione Diocesana che ha, come obiettivo, quello di qualificare la fede delle comunità parrocchiali, costituendo, in ogni parrocchia, un nucleo di credenti consapevoli e attivi, soggetto, con il Parroco, dell’animazione evangelica della propria realtà. Lo scopo è, in qualche modo, vivacizzare evangelicamente il vissuto ecclesiale e l’agire pastorale della Chiesa locale, in vista di una rinnovata presenza sul territorio. La Missione si articola, dunque, in due tempi: un tempo di contemplazione, in cui ritrovare il fondamento, e un tempo proprio della missione. L’anno pastorale-liturgico 2003-2004 sarà così, in breve, strutturato:

  • Settembre 2003: nelle zone pastorali si avvieranno momenti di formazione per presbiteri e laici. Entro il mese di novembre successivo, i Parroci, avvalendosi dei Consigli Pastorali, dovranno costituire il “Gruppo della Missione” per la loro Parrocchia, espressione dell’intera comunità parrocchiale. Da questo gruppo saranno scelti gli animatori dell’anno del Vangelo da vivere in parrocchia.
  • Avvento 2003 – Quaresima 2004: nei tempi forti dell’anno liturgico in corso, Parroci e laici prescelti si troveranno insieme, per una settimana di ascolto prolungato della Parola di Dio e per un tempo di Adorazione Eucaristica.
  • Pasqua 2004: sarà il tempo della Comunione con Gesù risorto, un tempo in cui “prendere confidenza” con i testi kerigmatici dell’annuncio della resurrezione che saranno il nucleo della Missione diocesana da realizzare l’anno successivo.
  • Estate 2004 – gennaio 2005: preparazione prossima all’Anno del Vangelo, vivendo momenti di riflessione e fraternità, distinti per decanati.
  • Dal mercoledì delle ceneri alla Pentecoste del 2005: tempo della Missione Diocesana. Essa sarà articolata sulle tre dimensioni costitutive della Chiesa: Parola, Eucarestia, Carità/Missione. La Missione si svolgerà concretamente nel territorio di ciascuna parrocchia, attraverso centri d’ascolto, l’Eucarestia domenicale, l’incontro con gli altri.
    Questo, in breve, il programma biennale previsto dal Vescovo per il 2003-2005.

Tuttavia, all’alba dell’anno pastorale 2004-2005, nel cuore dell’esperienza della Missione Diocesana sopra presentata, Depalma non mancò di scrivere, in continuità con gli anni precedenti, una nuova Lettera Pastorale, intitolata: “Molti abitanti di questa città appartengono già al mio popolo”.[19] Sullo sfondo della lettera vi è l’icona biblica dell’apparizione del Signore a S.Paolo ed il suo incoraggiamento a continuare ad annunciare il Vangelo senza timore. Il contenuto del documento arricchisce di un nuovo tassello la Comunità diocesana in vista dell’esperienza d’annuncio che le parrocchie avrebbero realizzato durante il tempo liturgico della Pasqua del 2005. Il riferimento all’esperienza missionaria di Paolo a Corinto non è casuale: le diversità di linguaggi, di culture, di esperienze che caratterizzavano Corinto rappresentano bene le realtà diversificate del territorio diocesano. La diversità, come dato di fatto, non da combattere, ma da vivificare con la forza dell’annuncio; l’invito, infatti, è quello di cercare con cura volti e cuori in cui esistono piccoli semi, domande soffocate, l’insoddisfazione verso risposte che risuonano estranee. Ritorna con forza l’invito ad annunciare la Parola di Dio sine glossa, spogliato di inutili orpelli e ricondotto all’essenziale. Occorre, infatti, mostrare nella propria vita e nelle proprie scelte il Crocifisso-Risorto, prima ancora di proporre i suoi prodigi e i suoi miracoli.
Le indicazioni pastorali della lettera sono essenzialmente tre: il ruolo dei presbiteri e del Consiglio Pastorale Parrocchiale, il rinnovamento della catechesi in ottica missionaria, la progettazione e la realizzazione della pastorale d’ambiente a livello interparrocchiale. La questione pastorale d’ambiente appare nuova nei documenti del Vescovo Depalma. Essa può rappresentare lo strumento adeguato per rispondere alla «prima istanza missionaria che è quella di stare dentro le dinamiche socioculturali di un territorio».[20] Nel frattempo, tuttavia, è ancora tempo di crescita personale e di preparazione: in quei mesi, infatti, si susseguono stages di formazione e week-end di spiritualità per laici e presbiteri in vista della Missione.

Nel 2005, in continuità con le Lettere Pastorali degli anni precedenti, Beniamino Depalma scrive la Lettera Pastorale per il nuovo anno 2005-2006.[21] Al centro dell’intero documento vi è l’urgenza di educare alla fede, soprattutto le nuove generazioni. Trasmettere la fede è certamente il compito decisivo della Chiesa; non si nasce già credenti, ma lo si diventa in virtù di una chiamata, di un appello che giunge a noi dall’Alto. La comunità diventa la sorgente, il canale e la meta di ogni gesto pastorale. Tuttavia, per educare alla fede è necessario «prendersi per mano […] avere cura di sé, riscoprire l’essenziale»[22] nella comunità. Bisogna lasciarsi guidare dal «principio della stima e dell’amore verso gli altri»[23] e rendersi disponibile ad una «formazione permanente»[24] e continua.

L’inizio pastorale del 2006 è stato una sosta importante per una significativa riflessione pastorale dell’intera diocesi (peraltro è l’anno di avvio della visita pastorale di cui si è scritto in precedenza). Collocato tra il cammino segnato dal Progetto In Principio, la Parola, che ha intensamente animato la vita delle comunità parrocchiali del triennio precedente e gli anni che concluderanno il primo decennio del nuovo millennio, l’anno pastorale 2006-2007 si apre con quattro giorni di attenta riflessione sul cammino fin lì svolto.

All’inizio del Convegno di settembre, il Vescovo, definendo le finalità da raggiungere per il tempo a venire, dichiara che lo scopo ultimo resta quello di mettersi in ascolto dello Spirito e in atteggiamento di discernimento per compiere una verifica del lavoro svolto, così da rendersi disponibile ad essere “Chiesa” secondo il progetto di Dio.
Viene ribadito che il rinnovamento pastorale, nella prospettiva della comunione e della missione, deve divenire sempre più una questione di spirito e stile, di ascolto attento della Parola, da cui ogni Comunità è generata. Ciò che veramente conta è vedere quali indicazioni diocesane sono pervenute dal Progetto triennale concluso nei mesi precedenti. Essenzialmente, il Convegno che la diocesi sceglie di vivere nel 2006 è importante per due grandi novità. La prima: ridare centralità ai Consigli Pastorali Parrocchiali. Sebbene la diocesi non abbia mai smesso di dare rilevanza a questo importante Organo di partecipazione, in quel Convegno ad esso venne ridato valore e significato. L’importanza della collaborazione dei laici, formati e ben disposti, può rivelarsi di grande aiuto per la progettazione pastorale di una parrocchia. La seconda novità è data alle Assemblee costituite di cinque Consigli Pastorali di parrocchia appartenenti a decanati diversi. Queste Assemblee hanno avuto il merito di aver creato uno spazio di scambio di esperienze tra comunità segnate da storie, realtà, contesti sociali e culturali diversi. Si ribadisce che ciò che è emerso, al di là dei lavori e delle verifiche, è stato il clima di fraternità e di reciproca accoglienza.

Dal 23 al 25 settembre 2009 si è svolto il convegno ecclesiale, intitolato Educare è cosa del cuore, espressione ben nota ai discepoli di S. Giovanni Bosco, sulla grande questione dell’educazione. Guardando alle nuove generazioni, fin dalle prime battute, si è decifrata la prima significativa, quanto triste, constatazione: i giovano hanno perso “l’entusiasmo” della contestazione. Infatti, se nel passato la contestazione aveva quasi una “funzione” sociale, garantendo un modus vivendi che veniva trasmesso da una generazione all’altra, oggi i giovani hanno perso questa possibilità, perché i genitori per prima, anziché educare, hanno scelto di “obbedire”. I giovani, invece, hanno necessità di guardare qualcuno a cui ispirarsi, di seguire guide che li introducano nel mistero della vita. Questo ha provocato, fin dalla fine degli anni ’70, una nuova urgenza educativa che riguarda anzitutto i gli adulti, prima ancora che i giovani.
Quale, dunque, la risposta dei cristiani dinanzi a queste nuove urgenze? Divisi in gruppi di lavoro secondo gli ambiti del Convegno ecclesiale di Verona, i partecipanti hanno approfondito il tema dell’educare nei giorni dedicati al convegno diocesano. Al termine degli stessi, si è giunti alla conclusione che occorre riscoprire la bellezza e la passione di educare, non solo nelle agenzie educative cattoliche, ma anche laiche, come le scuole, ed invogliare sempre più “nuove vocazioni educative” che diventino riferimenti fondamentali per tutti.
Al termine del Convegno diocesano, il primo dicembre 2009, il vescovo Depalma scrive la lettera pastorale per il nuovo anno pastorale, tutta incentrata sulla questione educativa: Educare è cosa del cuore.[25] Non può essere considerata una sorpresa, anzi, essa è davvero l’atteso punto di arrivo – e di ripartenza – per una riflessione lunga dieci anni, che si è snodata attraverso incontri pubblici e sollecitazioni private, che ha fatto da filo rosso alla visita pastorale, che è emersa in tutta la sua profezia nell’ultimo convegno ecclesiale diocesano celebrato nel settembre precedente.
In estrema sintesi, si può affermare che nei primi dieci anni di episcopato a Nola Mons. Beniamino Depalma ha più volte indicato l’educazione come una sfida e una risorsa. La sfida proviene dai territori, dall’impoverimento del senso religioso, da tanti vuoti esistenziali, dal dramma dell’illegalità e della mentalità camorristica, dal disagio giovanile, dalle questioni sociali. La risorsa ugualmente proviene dai territori. La diocesi di Nola, afferma, è infatti ricca di energie educative: le parrocchie, le associazioni e movimenti (ecclesiali e non), le scuole, i centri culturali, le associazioni di categoria, i sindacati, le unioni di professionisti, le imprese, l’università, l’Istituto di Scienze Religiose, le stesse istituzioni, la politica. Agenzie, però, spesso distanti l’una dall’altra. In quei primi dieci anni il Vescovo Depalma ha tessuto in un’unica trama gli evidenti problemi con i talenti che la Chiesa locale ha a disposizione. La lettera pastorale viene accolta dalla Chiesa di Nola non con il consueto carico di “curiosità”, ma con la convinzione diffusa che la frontiera comune si chiama educazione. La lettera spinge in molteplici direzioni, alcune già solcate ed altre nuove. Non è un prontuario né un manuale del “buon educatore”, ma risulta utile per porre le fondamenta spirituali dell’educare, perché tale azione sia, appunto, “cosa del cuore”. Quella frase di don Bosco conduce tutti nella lettura, paragrafo per paragrafo, per ricordare che tutto quanto proferito a parole sulla cura educativa deve prima avere spazio nel cuore.

Mentre in cattedrale, la sera del 30 novembre 2010, il Vescovo Depalma chiudeva liturgicamente la Visita Pastorale (anticipata, peraltro, dall’Assemblea diocesana d’inizio anno pastorale del 13 e 14 settembre), in occasione dell’inizio del tempo liturgico d’avvento, egli stesso consegnava alla comunità diocesana la nuova lettera pastorale che si inseriva nel solco della precedente, sulla delicata questione educativa.[29]
Nelle note iniziali, l’Autore presenta la prospettiva da cui leggere la nuova Lettera: «anche quest’anno, dunque, non vi indico attività da programmare e compiere, organizzazioni da portare avanti, ma atteggiamenti da assumere che partono da un cuore che si interroga e vuole incontrare l’altro. L’altro riconosciuto come uno stimolo, un’esortazione, un richiamo, un’istanza, un volto che interroga».[30]
Otto i punti affrontati nel testo: un progetto per imparare ad educare, partendo dai volti e per i volti, evitando formulazioni generiche e raccogliendo tutti quei volti che rappresentano le risorse umane della comunità, valorizzando i talenti di tutti e mettendoli al servizio di un unico fine. Prima di tutto incontrare l’altro, fermandosi a guardare i volti, prendendo a cuore il problema specifico dell’altro. Questa è la premessa per ogni progetto: bisogna incontrare davvero l’altro, in strada, nei luoghi di studio e di lavoro. Bisogna incrociare il proprio percorso con il percorso dell’altro. Rinnovare lo sguardo per rigenerare l’altro, abbandonando ogni pregiudizio e puntando dritto al cuore dell’uomo perché sappia andare “in mare aperto” con le proprie forze.
L’altro va incontrato senza pretendere di piegarlo ai propri desideri, di minarne la libertà: dobbiamo avere uno sguardo liberante e non opprimente, afferma il vescovo. Comunicare la propria fede, allenandosi a raccontare la propria storia con Dio usando parole umane ed evitando di cadere nel fatalismo e provvidenzialismo. Un’evangelizzazione diffusa e ordinaria riprendendo con consapevolezza il tema del comunicare il vangelo oggi. Servire davvero, curando la propria vita spirituale che consenta una vera empatia con l’altro, mettendo la legge dell’amore innanzi a qualsiasi altra legge. Fare cultura per il bene comune attraverso l’impegno educativo, rendendo popolari i codici del diritto e del dovere, della giustizia e della legalità, innamorandosi dello studio e della formazione, dell’informazione e della capacità critica.
Formare gli educatori, lavorando sulle competenze spirituali, umane e relazionali, avvalendosi a piene mani di quelle realtà associative ed ecclesiali che hanno donato figure di santità alla Chiesa e al Paese. Educare come Chiesa, cioè insieme, valorizzando gli organismi collegiali, attuando la corresponsabilità, stando insieme senza mortificare l’originalità di alcuno.

Per l’anno pastorale successivo 2011-2012, ancora una volta, l’insistenza sull’arte dell’educare. “Si può educare senza accompagnare?”: questo il titolo dell’assemblea ecclesiale con la quale la Chiesa di Nola ha cominciato il nuovo anno pastorale. Al centro dell’attenzione generale è posto il tema che i vescovi italiani vogliono sia in cima alle preoccupazioni di ogni diocesi: l’educazione. In linea, quindi, con la Conferenza Episcopale Italiana, il nostro vescovo ha spinto la diocesi a fissare lo sguardo su tale questione, già presentata al pensiero e al cuore dei fedeli all’inizio dei tre precedenti anni pastorali. Un sentiero che continua e si approfondisce, dunque.
Il filo conduttore di questo cammino pluriennale, come già si accennava, resta la cura della persona, delle sue urgenze, dei suoi talenti, del suo valore, della sua dignità. L’assemblea ecclesiale ha coperto tre giorni: il 20 e il 21 settembre due incontri, con l’intervento prima di Bruna Costacurta, docente di Sacra Scrittura della Pontificia Università Gregoriana; poi, il giorno successivo, di Piera Ruffinatto, docente della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium».
La prof.ssa Costacurta ha tenuto una lectio sul brano degli Atti degli apostoli (8, 26-40) in cui si racconta la vicenda del diacono Filippo che annuncia la buona novella del vangelo ad un eunuco etiope sulla via di Gaza, battezzandolo alla fine nel nome di Gesù. La biblista ha analizzato il brano a partire dal tema dell’educazione mettendo in evidenza alcuni atteggiamenti di Filippo altamente istruttivi; quest’ultimo, con la domanda «capisci quello che stai leggendo?» – rivolta all’eunuco che sul suo carro leggeva il profeta Isaia – aiuta il suo interlocutore a riconoscere il proprio bisogno e a chiedere aiuto: l’Etiope si rende conto che non comprende completamente, gli serve fare un passo innanzi. Filippo parte dal desiderio dell’altro per accompagnarlo verso la verità, fa aprire a lui il cuore per poter poi offrire una risposta autorevole, un’offerta che è offerta d’amore, rispettosa, che non vuole imporre nulla. Invitato, Filippo sale sul carro dell’eunuco e si fa suo compagno di viaggio. Ecco un altro atteggiamento fondamentale per chi vuole educare: accompagnare, farsi prossimo, mettersi sulla strada del più piccolo.
Evangelizzare, educare e accompagnare, ci si chiede, sono tre campi oppure un unico campo in cui, da adulti, affrontare la sfida del secolo, la sfida educativa? Piera Ruffinatto, nel suo intervento del 21 settembre, è partita proprio da questa domanda, proprio da questi tre campi d’azione dell’agire ecclesiale per offrire spunti di riflessione sulla questione dell’educare in un tempo di crisi quale quello che stiamo vivendo. Recuperare la componente relazionale dell’atto educativo e restituire autorevolezza all’autorità sono state da lei indicate quali condizioni imprescindibili per un percorso educativo che non può che essere accompagnamento: legando etimologicamente educare al verbo latino ēdŭcāre (e non ad ēdūcĕre), lo si può infatti considerare sinonimo di “accompagnare”.
Un cambio di prospettiva che rimettendo in gioco la piena libertà dell’accompagnato spinge inevitabilmente all’abbandono, da parte dell’accompagnatore, di qualsiasi forma di costrizione formativa: è solo nella piena consapevolezza di ciò che si sceglie – e dunque anche consapevolezza successiva dei propri errori – che si genera terreno fertile perché attecchiscano i semi del Vangelo. La libertà, se messa in gioco fin dall’inizio del percorso educativo, può essere indirizzata perché la si consegni ad un progetto di vita. Un progetto fondato su un desiderio che sia amore capace di dare senso alla vita, amore intelligente dunque perché fondato su un approccio all’altro e alla realtà circostante mirato all’incontro con la verità, con l’essere sic et simpliciter dell’altro e di ciò che lo circonda. Abbandono di preconcetti dunque, di pregiudizi e di propri progetti sull’altro con lo scopo non di renderlo libero e felice, ma di plasmarlo.
[Segue terza parte]

 

[1] Cfr. B. Depalma, In Principio, la Parola, Nola (NA), Giannini Presservice 2000.
[5]Ivi,31.
[6]Ivi,38.
[7] Cfr. R. Napolitano, In principio la Parola. Il mistero profetico in Parrocchia, in «In Dialogo» 17 (2001) 6, 4-5.
[8] Cfr. B. Depalma, La Parrocchia: “casa della Trinità” in mezzo alla gente, Nola (NA), Presservice 2001.
[9]Ivi,14.
[10]Ivi, 17.
[11] Cfr. iivi, 15.
[12] Cfr. ivi, 21.
[13] Cfr. ivi, 36.
[14] Cfr. B. Depalma, Una Parrocchia che comunica Gesù Cristo facendosi “prossima” a tutti, Nola (NA), Giannini Presservice 2002.
[15] Ivi, 7.
[16] Cfr. ivi,10-19.
[17] Cfr. ivi,15.
[18] Cfr. ivi, 24.
[19] Cfr. B. Depalma, “Molti abitanti di questa città appartengono già al mio popolo”. Linee pastorali per l’Anno straordinario del Vangelo(2004-2005), Nola (NA), Giannini Presservice 2004.
[20] Ivi,52.
[21] Cfr. B. Depalma, “Ciò che noi abbiamo contemplato, noi lo annunziamo”. Educare alla fede: la missione della parrocchia, Nola, Giannini Presservice 2005.
[22] Ivi,18.
[23]Ivi, 19.
[24]Ibidem.
[25] Cfr. B. Depalma, Educare è cosa del cuore, Nola, Giannini Presservice 2009.
[26] Cfr. iIvi, 32-33.
[27] Cfr. iIvi, 20-21.
[28] Cfr. iIvi, 5-7.
[29] Cfr. B. Depalma, Guardare col cuore, guardare nel cuore: lo stile educativo, Nola (NA), Giannini Presservice 2010.
[30]Ivi, 4.

 

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