LA FIGURA DELLA DONNA NEL PERCORSO DI ACCOMPAGNAMENTO VOCAZIONALE DEI FUTURI PRESBITERI

La lettera apostolica in forma di Motu proprio Spiritus Domini, con cui Papa Francesco, stabilendo la modifica del canone 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico, ha acconsentito l’accesso delle donne ai ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato, ha riportato in auge la spinosa questione del ruolo della donna nella Chiesa. Si è trattato, di fatto, di un’istituzionalizzazione di quanto già avviene da decenni nelle nostre chiese e parrocchie dove la presenza attiva ed operante delle donne, non solo in ambito liturgico, ma anche in campo educativo e catechetico, sollecita decisamente un definitivo riconoscimento del genio femminile nel mondo ecclesiale.

In quest’ottica si pone il presente lavoro, con cui si vuole tentare una riflessione, tra le tante che si potrebbero affrontare, sulla valorizzazione della donna nei luoghi destinati a favorire la formazione dei futuri presbiteri. Molto si è detto e tanto si è scritto sull’indiscutibile contributo che la figura femminile può offrire in questo ambito; eppure le difficoltà che essa incontra per ambire a trovare una presenza più partecipativa sembrano ancora piuttosto importanti.

In questo contributo, dopo aver offerto una panoramica sul tema del ruolo della donna nella Chiesa oggi, si presenterà una visitazione dei documenti magisteriali incentrati sul tema della formazione dei candidati all’Ordine sacro, sottolineando i punti in cui è previsto l’apporto che la donna può offrire durante il cammino formativo degli stessi; infine, si proverà a rilevare le motivazioni che ne rendono necessario, oggi più che mai, un’attiva partecipazione.

1. Il ruolo della donna nella Chiesa

L’attenzione a questo argomento è stata focalizzata molto in passato, sia sui testi magisteriali sia su quelli di maggiore divulgazione. Probabilmente la questione irrisolta, che presuppone ancora un lavoro significativo da fare, resta quella a riguardo del riconoscimento della “forza” sociale ed ecclesiale che le donne potrebbero avere. Stupisce, del resto, che proprio all’interno della Chiesa si faccia estrema fatica a comprendere la rilevanza che il genio femminile potrebbe assumere, se si pensa al valore che, stando ai i racconti evangelici, le figure femminili hanno avuto nella vicenda storica di Gesù e come, proprio alle donne, venne affidato il primo annuncio della sua resurrezione.

Non v’è dubbio che il principio di equiparazione tra uomo e donna viene riconosciuto, dalla dottrina cattolica, fin dalle origini del cristinaesimo; l’apostolo Paolo, nella lettera ai Galati, scrive: «non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28), riconoscendo come Gesù sia venuto proprio a sopprimere le diseguagianze e le divisioni tra esseri umani.

Nel lungo corso della storia della Chiesa, tuttavia, non sempre le scelte operate a favore della donna sono state conformi al piano divino. Il Concilio Vaticano II ha compiuto notevoli passi avanti in materia: basti pensare alla nuova prospettiva ecclesiologica da esso promossa per rintracciare alcuni segni di discontinuità col passato. La nuova comprensione della figura laicale che troviamo nei documenti conciliari ha incoraggiato ulteriormente ogni sforzo per una promuovente rivalutazione della donna nel mondo ecclesiale, rivestita anch’essa del sacerdozio comune proprio di ogni battezzato.

La rinnovata riflessione ermeneutica del Concilio sulla realtà ecclesiale trova espressione, in particolare, nella Lumen gentium.[1] Al n. 1 del documento si afferma, fin dalle prime battute, la natura della Chiesa come mistero di comunione, all’interno del quale trova senso ogni presenza, sia maschile che femminile, ogni ruolo o ogni azione da essi realizzati. Il genere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio, benchè nella naturale differenziazione sessuale tra uomo e donna, fonda la necessaria con-presenza di entrambi nella vita della Chiesa in una visione di reciprocità e complementarietà. Un richiamo alla collaborazione ed alla corresponsabilità tra uomo e donna viene nuovamente ripreso ai nn. 10 e 13, in cui si riafferma la natura comunionale della Chiesa, come Popolo di Dio, in cui ogni battezzato, uomo o donna, è rivestito di eguale dignità. Questa intuizione dei Padri conciliari e le considerazioni da essa scaturite in seguito non hanno avuto lo scopo di porre riduttivamente l’attenzione sui ruoli o sulle funzioni che, in qualche maniera, dovrebbero essere riconosciuti anche alle donne. Non si tratta di redistribuire cariche, ma di rilevare la missione che ciascuno è chiamato a vivere secondo i doni ricevuti col primo sacramento, non da solo, ma appunto come Popolo.

Ciò che viene richiesto dal pensiero contempraneo non è, tuttavia, riducibile ad una dislocazione, più o meno eterogenea, di ruoli o di uffici; s’invoca piuttosto una doverosa comprensione di come fare spazio all’originalità femminile per poter arricchire in modo più significativo e decisivo la Chiesa.

Poc’anzi si accennava alla rivalutazione della corresponsabilità comune dei fedeli emersa fortemente dalla riflessione ecclesiologica conciliare. Basti pensare al riconoscimento che i laici (quindi, uomini e donne) hanno potuto ottenere nell’esercizio di alcuni incarichi precedentemente affidati unicamente ai consacrati. Naturalmente tra questi non rientrano quegli uffici che presuppongono la ricezione di un certo grado del sacramento dell’Ordine. Di altri, invece, l’affidamento ai laici è fortemente auspicato, come, ad esempio, in quei compiti che richiedono specifiche conoscenze tecniche o formative: incarichi di consulenza, come consiglieri o esperti; il coinvolgimento in organismi collegiali con funzioni consultive oppure in funzioni del campo del governo dell’amministrazione dei beni temporali o, ancora, in incarichi di docenza di scienze sacre. In tutti questi ambiti ed in altri pare che, soprattutto negli ultimi anni, si sia registrata una maggiore apertura verso la figura femminile; non ci sarebbero, infatti, ragioni teologiche o giuridiche per impedire un suo coinvolgimento, dal momento che questi ruoli, richiedendo un’abilitazione propria dei laici, non prevedono affatto la distinzione di genere.

Dalla riflessione ecclesiologica contemporanea emerge, dunque, tutto il potenziale dei laici, senza distinzione tra uomo e donna, che, a motivo del sacerdozio comune, possono dare il proprio contrubuto alla missione della Chiesa e all’edificazione del Regno. Nella prassi, tuttavia, le difficoltà si sono continuate a verificare. Un esempio paradigmatico si è registrato, ad esempio, in ambito liturgico con l’istituzione dei ministeri laicali. Questa categoria fu coniata nell 1972 con il Motu proprio Ministeria quaedam[2] di Paolo VI.  In principio l’espressione aveva assunto un senso ampio: ciascun battezzato, partecipando al sacerdozio di Cristo, in una condizione di corresponabilità, doveva impegnarsi a perseguire il bene della Chiesa. Tuttavia, nella prassi successiva, il riconoscimento dei ministeri laicali (lettorato ed accolitato), intesi come servizio di collaborazione ai ministeri propri dei chierici, si tramutarono semplicemente in ministeri esercitabili solo in via eccezionale o in via di supplenza. Se, rispetto ai ministeri ordinati, quelli laicali videro un restringimento ingiustificato, ancora maggiore fu la limitazione imposta alla partecipazione delle donne. Bisognerà attendere il Motu proprio Spiritus Domini di Papa Francesco per vedere, come si accennava all’inizio dello scritto, un’apertura ufficiale alle donne anche in riferimento a questi due ministeri laicali.

Fuori dall’ambito prettamente liturgico, invece, la valorizzazione della donna nella Chiesa sembra più effettiva, anche nella semplice prassi pastorale parrocchiale; si pensi al campo educativo e catechistico ove la presenza delle donne supera di gran lunga quella degli uomini.

Si può parlare, quindi, della donna come protagonista nella vita della comunità ecclesiale? Purtroppo ancora no. Lo spazio di partecipazione della donna va ancora ulteriormente potenziato, affinchè si possano rendere attualizzabili le condizioni perché ella possa esercitare quelle capacità che le sono proprie e che possano renderla, in modo ancora più rilevante, corresponsabile delle sorti della Chiesa. Bisogna ancora insistere molto sulla valorizzazione ontologica della dimensione femminile come apporto specifico alla vita della comunità ecclesiale, senza limitare il discorso ad una mera copertura di ruoli che esasperebbe soltanto l’aspetto funzionale della figura femminile.

2. La donna nei documenti magisteriali per la formazione dei futuri presbiteri

Facendo una scorsa sui documenti magisteriali incentrati sulla questione formativa dei futuri sacerdoti, si può facilmente notare come la considerazione della figura femminile, come possibile soggetto da coinvolgere durante il percorso di accompagnamento vocazionale, avvenga con una lenta, ma continua progressione.

In questo paragrafo verranno presi in considerazione i principali documenti del magistero pontificio e della Conferenza Episcopale italiana scritti a partire dal Concilio Vaticano II, fino al più recente testo del 2016, la Ratio fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, che rappresenta, in Italia, lo scritto principale attorno a cui strutturale la proposta formativa dei seminari oggi.

2.1. Documenti del magistero pontificio (1963)

2.1.1. La Summi Dei Verbum

Il primo documento pontificio che pone a tema la formazione dei seminaristi è la lettera apostolica Summi Dei Verbum di Paolo VI, pubblicata durante il pieno svolgimento dei lavori conciliari il 4 novembre 1963,[3] in occasione del quarto centenario dell’istituzione dei seminari da parte del Concilio di Trento.

Il testo approfondisce la questione formativa, soffermandosi poco, tuttavia, sulla figura dei formatori. In sede di premessa, il pontefice definisce chiaramente il fine dello scritto: «crediamo, di […] richiamare l’attenzione su taluni aspetti della formazione ascetica, intellettuale e pastorale del giovane seminarista o sacerdote, che meritano oggi una più approfondita considerazione». Una formazione, quindi, che miri alla cura della dimensione spirituale, cognitiva e pastorali dei candidati al sacerdozio, monitorando attentamente «pericoli e deviazioni» da cui il Papa desidera mettere in guardia «quanti attendono all’educazione dei giovani aspiranti al sacerdozio»; tra questi vengono segnalati: «lo spirito di critica verso tutto e verso tutti», «l’insofferenza di ogni vincolo morale», «l’aspirazione ad una libertà di azione senza freni», «la condotta dell’adolescente […] proclive a modi di parlare e di agire che discordano dalle norme di umiltà, di obbedienza, di modestia, di castità convenienti alla dignità di un essere ragionevole e soprattutto di un cristiano». Naturalmente, in queste parole, “si avverte” tutto il peso di una formazione ancora eccessivamente sbilanciata sul versante moraleggiante. Ai pericoli sopra segnalati, infatti, si suggerisce, a rimedio, l’esercizio di virtù morali e soprannaturali da coltivare: «tra queste riteniamo di più fondamentale importanza lo spirito di riflessione e di retta intenzione nell’agire; la libera e personale scelta del bene, anzi del meglio; la padronanza della propria volontà e dei sensi di fronte alle suggestioni dell’amor proprio, del cattivo esempio altrui, delle suggestioni al male provenienti sia dalla natura recante le conseguenze del peccato originale, sia dal mondo e dallo spirito del male». Non sono ancora maturi i tempi di una disponibilità ad accogliere le acquisizioni che, nello studio della personalità, verrano assunte successivamente dalle discipline delle scienze umane.

2.1.2. La Pastore dabo vobis

Il 25 marzo 1992 su pubblicata, da Giovanni Paolo II, la Pastores dabo vobis,[4] in risposta alle idee proposte dal Sinodo dei vescovi del 1990. I capitoli IV – V – VI sono quelli interessati alla questione della formazione sacerdotale iniziale e permanente, mentre i numeri dedicati ai protagonisti della formazione sono 65-69. Essi sono:

  • La Chiesa intera, soggetto comunitario della formazione.
  • Il Vescovo, primo rappresentante di Cristo nella formazione.
  • Il Seminario nelle figure preposte alla cura del cammino formativo (rettore, padre spirituale, superiori, professori).
  • La comunità di provenienza, le associazioni e i movimenti spirituali, cioè la famiglia, la comunità parrocchiale di origine ed eventuali gruppi cattolici dove il candidato al sacerdozio è cresciuto.

In particolare, il n. 66 si focalizza attentamente sulle qualità richieste ai formatori che avranno a cuore l’accompagnamento dei giovani che intuiscono la vocazione al sacerdozio. Non viene esplicitamente nominata la figura della donna come possibile soggetto partecipante al gruppo dei formatori, ma non viene neppure esclusa apertamente la possibilità di un coinvolgimento del figura femminile.

Ai formatori è richiesta una «personalità matura e forte […] sotto il profilo umano ed evangelico»;[5] di qui la necessità nella sceltà degli stessi, consapevoli che «proprio nella scelta e nella formazione dei formatori risiede l’avvenire della preparazione dei candidati al sacerdozio».[6] Inoltre «il gruppo dei formatori dia testimonianza di una vita veramente evangelica e di totale dedizione al Signore».[7]

Particolare curiosità desta, al n. 67 dedicato alla formazione della dimensione intellettuale, l’utilizzo di una terminologia al maschile: «il teologo deve rimanere consapevole che con il suo insegnamento non si autorizza da sé, ma deve aprire e comunicare l’intelligenza della fede ultimamente nel nome del Signore e della Chiesa. In questo modo, il teologo, pur utilizzando tutte le possibilità scientifiche, esercita il suo compito su mandato della Chiesa e collabora con il Vescovo nel compito di insegnare»,[8] sebbene nello stesso paragrafo vengano parimenti usate le espressioni “insegnante di teologia” ed “educatore”.

2.2. Documenti magisteriali dell’Episcopato italiano

2.2.1. Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale (1974)

Dopo la chiusura degli anni di grazia del Concilio Vaticano II, il primo documento in ordine cronologico che troviamo è Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale[9]della Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica. Tema principale è quello della formazione al celibato che «viene qui considerato principalmente sotto l’aspetto umano alla luce delle scienze dell’educazione».[10] Vengono ribadite le mete della formazione seminaristica: «le mete educative programmatiche dei candidati al sacerdozio sono tre e rispondono all’esigenza di preparare personalità integralmente umane, cristiane e sacerdotali»,[11] prima di elencare i criteri d’azione dell’educatore (cfr. nn. 35 e ss.). È interessante notare come, nonostante il documento sia stato scritto alla metà degli anni ’70, si registri un’apertura significativa al contributo offerto dalle scienze umane circa la riflessione sulla personalità del soggetto umano. Infatti: «è necessario che egli sia cosciente di tutta la complessità fisiologica, psicologica, pedagogica, morale e ascetica del problema».[12]

Nulla si afferma circa la possibilità di un coinvolgimento delle donne nell’offerta formativa; anzi, con una certa audacia, viene affrontata la questione del rapporto tra il seminarista e la donna, offrendo addirittura suggerimenti su come il candidato al sacerdozio debba instaurare con le figure femminili un rapporto d’amicizia senza rischiare pericolosi “tracolli” (cfr. nn. 60-61). Ad esempio si incoraggia a formare i seminaristi anche sulle modalità relazionali da saper costruire: «è quindi compito dei seminari preparare gli alunni a contatti personali con la donna: aiutarli cioè non soltanto ad acquisire l’autodominio sulle proprie reazioni affettive alla sua presenza, ma anche a fare loro conoscere ciò che essa rappresenta nell’ordine dello spirito».[13]

2.2.2. Direttive sulla preparazione degli educatori nei seminari (1993)[14]

Nel 1993 la Congregazione per l’Educazione Cattolica pubblica questo testo allo scopo di offrire un orientamento direttivo sui criteri che gli educatori nei seminari devono avere. Vengono, naturalmente, raccolte le indicazioni dei documenti precedenti, come Optatam totius e la Ratio del 1985 oltre che le disposizioni della Pastores dabo vobis.

Finalmente si trova, al n. 20 e alla luce dell’Esortazione Apostolica Christifideles laici e la Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, la possibilità di coinvolgere le donne nella formazione dei seminari. Alla luce dei testi sopracitati, si afferma che «potrà essere opportuno associare all’opera formativa del seminario, in forme prudenti e adatte ai vari contesti culturali, anche fedeli laici, uomini e donne, scelti secondo i loro particolari carismi e le loro provate competenze.Spazi di feconda collaborazione potranno essere individuati anche per i diaconi permanenti. L’attività di queste persone, opportunamente coordinata e integrata alle responsabilità educative primarie, è destinata ad arricchire la formazione soprattutto in quei settori nei quali i laici e i diaconi dispongono normalmente di particolari competenze, come la spiritualità familiare, la medicina pastorale, i problemi politici, economici e sociali, le questioni di frontiera con le scienze, la bioetica, l’ecologia, la storia dell’arte, i mezzi della comunicazione sociale, le lingue classiche e moderne».[15]

2.2.3. Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione delle dei candidati al sacerdozio[16]

Nel 2008 viene edito questo documento dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica. Nei nn. 3 e 4 si tematizza la questione della preparazione dei formatori. Troviamo scritto: «ogni formatore dovrebbe essere buon conoscitore della persona umana, dei suoi ritmi di crescita, delle sue potenzialità e debolezze e del suo modo di vivere il rapporto con Dio».[17] Essi, i formatori, «hanno bisogno di adeguata preparazione per operare un discernimento che permetta, nel pieno rispetto della dottrina della Chiesa circa la vocazione sacerdotale, sia di decidere in modo ragionevolmente sicuro in ordine all’ammissione in Seminario o alla Casa di formazione del clero religioso, ovvero alla dimissione da essi per motivi di non idoneità, sia di accompagnare il candidato verso l’acquisizione di quelle virtù morali e teologali necessarie per vivere in coerenza e libertà interiore la donazione totale della propria vita per essere “servitore della Chiesa comunione”».[18]

Il termine utilizzato in questo documento è «formatore» e, più avanti, «esperto» (cfr. n. 14), il quale «aiuterà il candidato a raggiungere una maggiore conoscenza di sé, delle proprie potenzialità e vulnerabilità»[19]. Dal momento, quindi, che non viene specificato il genere, si presuppone che anche la donna possa far parte di questa categoria di persone per poter contribuire, grazie alle proprie competenze umane e professionali, alla formazione del seminarista. Ormai non si avverte più l’esigenza, dato il periodo storico, di specificare il genere sessuale di coloro che possono essere ammessi nell’equipe formativa dei luoghi di formazione.

2.2.4. La Ratio fundametalis Institutionis Sacerdotalis (2016)[20]

L’ultimo documento meritevole di attenzione è la Ratio fundametalis Institutionis Sacerdotalis del 2016 che segue le due precedenti edizioni del 1970 e del 1985.

Fin dalle prime battute la struttura della formazione appare suddivisa in quattro aspetti: unico, integrale, comunitario e missionario.[21] Una formazione:

  • unica, perché dall’ingresso in seminario è concepita come «unico e ininterrotto cammino discepolare e missionario, [che] può essere suddivisa in due grandi momenti: la formazione iniziale nel seminario e la formazione permanente nella vita sacerdotale».[22] La formazione è unica, si potrebbe concludere, perché è unica la persona che la riceve: il seminarista che con l’ordinazione diventa un sacerdote.
  • Integrale, perché copre tutte le dimensioni della persona, le quali vengono raggruppate in quattro ambiti che determinano il contenuto della formazione: umana (cfr. nn. 93-100), spirituale (cfr. nn. 101-115), intellettuale (cfr. nn. 116-118) e pastorale (cfr. nn. 119-124). Il rischio da evitare è considerare questi ambiti come fasi successive; il seminarista, invece, è chiamato a crescere in ognuno di essi in modo simultaneo, graduale e progressivo durante tutto il percorso formativo, per poi continuare questo processo di crescita in seguito, durante la vita sacerdotale.
  • Comunitaria. Nell’introduzione questo aspetto è delineato in modo sintetico ma esaustivo: «la vocazione viene scoperta e accolta all’interno di una comunità, si forma in seminario, nel contesto di una comunità educante che comprende varie componenti del Popolo di Dio, per portare il seminarista, con l’ordinazione, a far parte della “famiglia” del presbiterio, al servizio di una comunità concreta».[23]
  • Missionaria. Infine, la formazione deve avere un carattere missionario. Se questa peculiarità dovrebbe essere distintiva per l’intera comunità ecclesiale, lo è a maggior ragione per chi è chiamato a seguire Cristo sulla via del sacerdozio; infatti lo «slancio missionario riguarda, in modo ancor più speciale, coloro che sono chiamati al ministero presbiterale, come fine e orizzonte di tutta la formazione».[24]

Alla comunità dei formatori sono dedicati i nn. 132-139. «Il gruppo di formatori non costituisce solamente una necessità istituzionale, ma è, innanzitutto, una vera e propria comunità educante che offre una testimonianza coerente ed eloquente dei valori propri del ministero sacerdotale».[25]

Ad essi è affidato, evidentemente, il discernimento sul cammino vocazionale del candidato; esso deve essere «complessivo, operato dai formatori in tutti gli ambiti della formazione, consentirà il passaggio alla tappa successiva solo a quei seminaristi che, oltre ad aver sostenuto gli esami previsti, abbiano raggiunto il grado di maturità umana e vocazionale di volta in volta richiesto».[26] In particolare, risaltano alcune figure di formatori “nuove”. Tra queste, il “coordinatore della dimensione umana”, nominato dai formatori, che si incaricherebbe di incoraggiare «un clima comunitario propizio per il processo di maturazione umana dei seminaristi, in collaborazione con altre figure competenti (in ambito psicologico, sportivo, medico, etc.)».[27] Senza dubbio la maturità umano-affettiva è stata quella su cui si è molto lavorato negli ultimi anni e per la quale si richiede proprio ai formatori una significativa preparazione per un giusto discernimento: «è importante che ogni seminarista sia consapevole e faccia partecipi i formatori della propria storia, del modo in cui ha vissuto la propria infanzia e adolescenza, dell’influenza che esercitano su di lui la famiglia e le figure parentali, della capacità o meno di instaurare relazioni interpersonali mature ed equilibrate, così come di gestire positivamente i momenti di solitudine. Tali informazioni sono rilevanti al fine di poter scegliere gli strumenti pedagogici opportuni, sia per la valutazione del cammino compiuto, che per la migliore comprensione di eventuali momenti di regressione o di difficoltà».[28] Perché i candidati si sentano sempre più nelle condizioni di potersi sentire liberi di comunicare, si ribadisce la necessità, da parte dei formatori, di stanziare in seminario (cfr. n. 132) per avere maggiori opportunità di conoscere i seminaristi.

Inoltre, particolare rilievo assume la figura dello psicologo, al fine di esprimere una «valutazione della personalità, esprimendo un parere sulla salute psichica del candidato, e nell’accompagnamento terapeutico, per far luce su eventuali problematiche e aiutare nella crescita della maturità umana».[29] Lo psicologo non fa parte dell’equipe dei formatori (cfr. n. 192), ma rientra nella categoria degli “specialisti” che «possono essere chiamati a offrire il loro contributo, ad esempio in ambito medico, pedagogico, artistico, ecologico, amministrativo e nell’uso dei mezzi di comunicazione»;[30]

3. Il contributo della donna nel percorso formativo dei futuri sacerdoti

Nei documenti che, per motivi di sintesi, abbiamo visitato molto rapidamente, si afferma, tra gli altri, un criterio fondamentale utile alla crescita umana ed affettiva dei candidati al sacerdozio: la formazione deve insistere nel rendere il seminarista di oggi (ed il prete di domani) capace di avere relazioni affettivamente ordinate con gli uomini e le donne che incontrerà sul cammino della vita.

Da questo principio ineccepibile potrebbe scaturire una domanda, apparentemente banale, ma che rivela una questione non da poco: se, nei seminari, manca la figura della donna come presenza normale, com’è possibile pensare una formazione che si ispiri anche al modello “femminile”?  La Ratio del 2016, forse per la prima volta in modo piuttosto esplicito, esalta proprio l’importanza della donna, auspicandone un sempre maggiore coinvolgimento nell’azione educativa e formativa.

Al n. 96 della Ratio del 2016 si legge: «il primo ambito in cui ogni persona impara a conoscere e apprezzare il mondo femminile è naturalmente la famiglia; in essa, la presenza della donna accompagna tutto il percorso formativo e, sin dall’infanzia, costituisce un positivo apporto alla sua crescita integrale. A questa molto contribuiscono anche le diverse donne che, con la loro testimonianza di vita, offrono un esempio di preghiera e di servizio nella pastorale, di spirito di sacrificio e di abnegazione, di cura e di tenera vicinanza al prossimo. Analoga riflessione si può fare sulla presenza testimoniale della vita consacrata femminile».[31]

Al modello di molte donne che offrono il loro contributo nelle comunità parrocchiali come educatrici, catechiste, come servizio per le pulizie, corrispondono quegli aspetti della personalità che il candidato al sacerdozio deve poter sviluppare sollecitato dalla formazione: preghiera e servizio nella pastorale, spirito di sacrificio e di abnegazione, cura e tenera vicinanza al prossimo. 

Tuttavia, fino a quando la figura femminile viene tenuta “in ombra”, lo stile che la caratterizza non potrà mai diventare un vero modello a cui ispirare la formazione seminaristica. È necessario avere volti e nomi visibili, come nel caso di Mary Melone, nel 2014 eletta rettore della Pontificia Università Antoniana o di Myriam Cortés Diéguez, rettore della Pontificia Università di Salamanca nel 2015.

Il n. 96 della Ratio riguarda le “debolezze” e i “momenti di crisi del seminarista” che «se adeguatamente compresi e trattati […], possono e devono diventare occasioni di conversione».[32] L’associazione è donna-debolezza-superamento-conversione; del resto, la comunità dei formatori è costituita da presbiteri scelti e ben preparati ed «è preferibile che la maggioranza del corpo decente sia costituita da presbiteri».[33]

La sezione della Ratio che affronta maggiormente la questione della presenza delle donne nell’opera formativa dei seminari è quello relativo al n. 151: «la presenza della donna nel percorso formativo del Seminario, o tra gli specialisti o nell’ambito dell’insegnamento, dell’apostolato, delle famiglie o del servizio alla comunità, ha una propria valenza formativa, anche in ordine al riconoscimento della complementarietà tra uomo e donna. Le donne rappresentano spesso una presenza numericamente maggioritaria tra i destinatari e i collaboratori dell’azione pastorale del sacerdote, offrendo un’edificante testimonianza di umile, generoso e disinteressato servizio».[34]

La Chiesa ha saputo oltrepassare i confini etnici prestissimo, ma non è ancora riuscita a oltrepassare quello di genere, anche se questo significa privare la comunità credente di talenti e servizi. Questo rappresenta un vero e proprio scandalo, un chiaro tradimento del Vangelo stesso.
La Chiesa, così ingessata sulle sue posizioni ultraconservative, potrebbe essere paradossalmente liberata da questa spirale proprio dalle donne; esse che mai sono state davvero e significativamente dentro la struttura gerarchica della Chiesa possono aiutarla a uscire dalla crisi che sta svuotando chiese e seminari. È il caso di osare un po’ di più.


[1] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen Gentium, 21 novembre 1964, inAAS 57 (1965) 5-75.

[2] Cfr.  Paolo VI, Motu proprio Ministeria quaedam, 15 agosto 1972 in AAS 64 (1972) 529-534.

[3] Cfr. Paolo VI, Lettera apostolica Summi Dei Verbum, 4 nov. 1963, in AAS 55 (1963) 979-995.

[4] Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale circa la formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, in AAS 84 (1992) 657-804.

[5] Ivi 66.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ivi 67.

[9] Cfr. Sacra Congregazione per l’educazione cattolica , Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale, 11 aprile 1974, in EV 5 (1974-1976) 190-426.

[10] Ivi 2, in EV 5 n. 198

[11] Ivi 17 , 201

[12] Ivi 35, 269.

[13] Ivi 60, 328.

[14] Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Direttive sulla preparazione degli educatori nei Seminari, 4 nov. 1993, in EV 13 (1991-1993) 3151-3284.

[15] Ivi 20, 3185.

[16]Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, 28 giugno 2008, in EV 25 (2011) 1258-1260.

[17] Ivi 3, 1247.

[18] Ibidem.

[19] Ivi 15, 1282.

[20] Cfr. Congregazione per il clero, Il dono della vocazione sacerdotale. Ratio fundamentalis Istitutionis Sacerdotalis, Città del Vaticano, LEV 2016.

[21] Ivi 1.

[22] Ivi 54.

[23] Ivi 3.

[24] Ivi 91.

[25] Ivi 132.

[26] Ivi 3.

[27] Ivi 137.

[28] Ivi 94.

[29] Ivi 147.

[30] Ivi 145.

[31] Ivi 95.

[32] Ivi 96.

[33] Ivi 146.

[34] Ivi 151.

La lettera apostolica in forma di Motu proprio Spiritus Domini, con cui Papa Francesco, stabilendo la modifica del canone 230 § 1 del Codice di Diritto Canonico, ha acconsentito l’accesso delle donne ai ministeri istituiti del lettorato e dell’accolitato, ha riportato in auge la spinosa questione del ruolo della donna nella Chiesa.  

Si è trattato, di fatto, di un’istituzionalizzazione di quanto già avviene da decenni nelle nostre chiese e parrocchie dove la presenza attiva ed operante delle donne, non solo in ambito liturgico, ma anche in campo educativo e catechetico, sollecita decisamente un definitivo riconoscimento del genio femminile nel mondo ecclesiale.

In quest’ottica si pone il presente lavoro, con cui si vuole tentare una riflessione, tra le tante che si potrebbero affrontare, sulla valorizzazione della donna nei luoghi destinati a favorire la formazione dei futuri presbiteri. Molto si è detto e tanto si è scritto sull’indiscutibile contributo che la figura femminile può offrire in questo ambito; eppure le difficoltà che essa incontra per ambire a trovare una presenza più partecipativa sembrano ancora piuttosto importanti.

In questo contributo, dopo aver offerto una panoramica sul tema del ruolo della donna nella Chiesa oggi, si presenterà una visitazione dei documenti magisteriali incentrati sul tema della formazione dei candidati all’Ordine sacro, sottolineando i punti in cui è previsto l’apporto che la donna può offrire durante il cammino formativo degli stessi; infine, si proverà a rilevare le motivazioni che ne rendono necessario, oggi più che mai, un’attiva partecipazione.

1. Il ruolo della donna nella Chiesa

L’attenzione a questo argomento è stata focalizzata molto in passato, sia sui testi magisteriali sia su quelli di maggiore divulgazione. Probabilmente la questione irrisolta, che presuppone ancora un lavoro significativo da fare, resta quella a riguardo del riconoscimento della “forza” sociale ed ecclesiale che le donne potrebbero avere. Stupisce, del resto, che proprio all’interno della Chiesa si faccia estrema fatica a comprendere la rilevanza che il genio femminile potrebbe assumere, se si pensa al valore che, stando ai i racconti evangelici, le figure femminili hanno avuto nella vicenda storica di Gesù e come, proprio alle donne, venne affidato il primo annuncio della sua resurrezione.

Non v’è dubbio che il principio di equiparazione tra uomo e donna viene riconosciuto, dalla dottrina cattolica, fin dalle origini del cristinaesimo; l’apostolo Paolo, nella lettera ai Galati, scrive: «non c’è qui né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28), riconoscendo come Gesù sia venuto proprio a sopprimere le diseguagianze e le divisioni tra esseri umani.

Nel lungo corso della storia della Chiesa, tuttavia, non sempre le scelte operate a favore della donna sono state conformi al piano divino. Il Concilio Vaticano II ha compiuto notevoli passi avanti in materia: basti pensare alla nuova prospettiva ecclesiologica da esso promossa per rintracciare alcuni segni di discontinuità col passato. La nuova comprensione della figura laicale che troviamo nei documenti conciliari ha incoraggiato ulteriormente ogni sforzo per una promuovente rivalutazione della donna nel mondo ecclesiale, rivestita anch’essa del sacerdozio comune proprio di ogni battezzato.

La rinnovata riflessione ermeneutica del Concilio sulla realtà ecclesiale trova espressione, in particolare, nella Lumen gentium.[1] Al n. 1 del documento si afferma, fin dalle prime battute, la natura della Chiesa come mistero di comunione, all’interno del quale trova senso ogni presenza, sia maschile che femminile, ogni ruolo o ogni azione da essi realizzati. Il genere umano, creato ad immagine e somiglianza di Dio, benchè nella naturale differenziazione sessuale tra uomo e donna, fonda la necessaria con-presenza di entrambi nella vita della Chiesa in una visione di reciprocità e complementarietà. Un richiamo alla collaborazione ed alla corresponsabilità tra uomo e donna viene nuovamente ripreso ai nn. 10 e 13, in cui si riafferma la natura comunionale della Chiesa, come Popolo di Dio, in cui ogni battezzato, uomo o donna, è rivestito di eguale dignità. Questa intuizione dei Padri conciliari e le considerazioni da essa scaturite in seguito non hanno avuto lo scopo di porre riduttivamente l’attenzione sui ruoli o sulle funzioni che, in qualche maniera, dovrebbero essere riconosciuti anche alle donne. Non si tratta di redistribuire cariche, ma di rilevare la missione che ciascuno è chiamato a vivere secondo i doni ricevuti col primo sacramento, non da solo, ma appunto come Popolo.

Ciò che viene richiesto dal pensiero contempraneo non è, tuttavia, riducibile ad una dislocazione, più o meno eterogenea, di ruoli o di uffici; s’invoca piuttosto una doverosa comprensione di come fare spazio all’originalità femminile per poter arricchire in modo più significativo e decisivo la Chiesa.

Poc’anzi si accennava alla rivalutazione della corresponsabilità comune dei fedeli emersa fortemente dalla riflessione ecclesiologica conciliare. Basti pensare al riconoscimento che i laici (quindi, uomini e donne) hanno potuto ottenere nell’esercizio di alcuni incarichi precedentemente affidati unicamente ai consacrati. Naturalmente tra questi non rientrano quegli uffici che presuppongono la ricezione di un certo grado del sacramento dell’Ordine. Di altri, invece, l’affidamento ai laici è fortemente auspicato, come, ad esempio, in quei compiti che richiedono specifiche conoscenze tecniche o formative: incarichi di consulenza, come consiglieri o esperti; il coinvolgimento in organismi collegiali con funzioni consultive oppure in funzioni del campo del governo dell’amministrazione dei beni temporali o, ancora, in incarichi di docenza di scienze sacre. In tutti questi ambiti ed in altri pare che, soprattutto negli ultimi anni, si sia registrata una maggiore apertura verso la figura femminile; non ci sarebbero, infatti, ragioni teologiche o giuridiche per impedire un suo coinvolgimento, dal momento che questi ruoli, richiedendo un’abilitazione propria dei laici, non prevedono affatto la distinzione di genere.

Dalla riflessione ecclesiologica contemporanea emerge, dunque, tutto il potenziale dei laici, senza distinzione tra uomo e donna, che, a motivo del sacerdozio comune, possono dare il proprio contrubuto alla missione della Chiesa e all’edificazione del Regno. Nella prassi, tuttavia, le difficoltà si sono continuate a verificare. Un esempio paradigmatico si è registrato, ad esempio, in ambito liturgico con l’istituzione dei ministeri laicali. Questa categoria fu coniata nell 1972 con il Motu proprio Ministeria quaedam[2] di Paolo VI.  In principio l’espressione aveva assunto un senso ampio: ciascun battezzato, partecipando al sacerdozio di Cristo, in una condizione di corresponabilità, doveva impegnarsi a perseguire il bene della Chiesa. Tuttavia, nella prassi successiva, il riconoscimento dei ministeri laicali (lettorato ed accolitato), intesi come servizio di collaborazione ai ministeri propri dei chierici, si tramutarono semplicemente in ministeri esercitabili solo in via eccezionale o in via di supplenza. Se, rispetto ai ministeri ordinati, quelli laicali videro un restringimento ingiustificato, ancora maggiore fu la limitazione imposta alla partecipazione delle donne. Bisognerà attendere il Motu proprio Spiritus Domini di Papa Francesco per vedere, come si accennava all’inizio dello scritto, un’apertura ufficiale alle donne anche in riferimento a questi due ministeri laicali.

Fuori dall’ambito prettamente liturgico, invece, la valorizzazione della donna nella Chiesa sembra più effettiva, anche nella semplice prassi pastorale parrocchiale; si pensi al campo educativo e catechistico ove la presenza delle donne supera di gran lunga quella degli uomini.

Si può parlare, quindi, della donna come protagonista nella vita della comunità ecclesiale? Purtroppo ancora no. Lo spazio di partecipazione della donna va ancora ulteriormente potenziato, affinchè si possano rendere attualizzabili le condizioni perché ella possa esercitare quelle capacità che le sono proprie e che possano renderla, in modo ancora più rilevante, corresponsabile delle sorti della Chiesa. Bisogna ancora insistere molto sulla valorizzazione ontologica della dimensione femminile come apporto specifico alla vita della comunità ecclesiale, senza limitare il discorso ad una mera copertura di ruoli che esasperebbe soltanto l’aspetto funzionale della figura femminile.

2. La donna nei documenti magisteriali per la formazione dei futuri presbiteri

Facendo una scorsa sui documenti magisteriali incentrati sulla questione formativa dei futuri sacerdoti, si può facilmente notare come la considerazione della figura femminile, come possibile soggetto da coinvolgere durante il percorso di accompagnamento vocazionale, avvenga con una lenta, ma continua progressione.

In questo paragrafo verranno presi in considerazione i principali documenti del magistero pontificio e della Conferenza Episcopale italiana scritti a partire dal Concilio Vaticano II, fino al più recente testo del 2016, la Ratio fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, che rappresenta, in Italia, lo scritto principale attorno a cui strutturale la proposta formativa dei seminari oggi.

2.1. Documenti del magistero pontificio (1963)

2.1.1. La Summi Dei Verbum

Il primo documento pontificio che pone a tema la formazione dei seminaristi è la lettera apostolica Summi Dei Verbum di Paolo VI, pubblicata durante il pieno svolgimento dei lavori conciliari il 4 novembre 1963,[3] in occasione del quarto centenario dell’istituzione dei seminari da parte del Concilio di Trento.

Il testo approfondisce la questione formativa, soffermandosi poco, tuttavia, sulla figura dei formatori. In sede di premessa, il pontefice definisce chiaramente il fine dello scritto: «crediamo, di […] richiamare l’attenzione su taluni aspetti della formazione ascetica, intellettuale e pastorale del giovane seminarista o sacerdote, che meritano oggi una più approfondita considerazione». Una formazione, quindi, che miri alla cura della dimensione spirituale, cognitiva e pastorali dei candidati al sacerdozio, monitorando attentamente «pericoli e deviazioni» da cui il Papa desidera mettere in guardia «quanti attendono all’educazione dei giovani aspiranti al sacerdozio»; tra questi vengono segnalati: «lo spirito di critica verso tutto e verso tutti», «l’insofferenza di ogni vincolo morale», «l’aspirazione ad una libertà di azione senza freni», «la condotta dell’adolescente […] proclive a modi di parlare e di agire che discordano dalle norme di umiltà, di obbedienza, di modestia, di castità convenienti alla dignità di un essere ragionevole e soprattutto di un cristiano». Naturalmente, in queste parole, “si avverte” tutto il peso di una formazione ancora eccessivamente sbilanciata sul versante moraleggiante. Ai pericoli sopra segnalati, infatti, si suggerisce, a rimedio, l’esercizio di virtù morali e soprannaturali da coltivare: «tra queste riteniamo di più fondamentale importanza lo spirito di riflessione e di retta intenzione nell’agire; la libera e personale scelta del bene, anzi del meglio; la padronanza della propria volontà e dei sensi di fronte alle suggestioni dell’amor proprio, del cattivo esempio altrui, delle suggestioni al male provenienti sia dalla natura recante le conseguenze del peccato originale, sia dal mondo e dallo spirito del male». Non sono ancora maturi i tempi di una disponibilità ad accogliere le acquisizioni che, nello studio della personalità, verrano assunte successivamente dalle discipline delle scienze umane.

2.1.2. La Pastore dabo vobis

Il 25 marzo 1992 su pubblicata, da Giovanni Paolo II, la Pastores dabo vobis,[4] in risposta alle idee proposte dal Sinodo dei vescovi del 1990. I capitoli IV – V – VI sono quelli interessati alla questione della formazione sacerdotale iniziale e permanente, mentre i numeri dedicati ai protagonisti della formazione sono 65-69. Essi sono:

  • La Chiesa intera, soggetto comunitario della formazione.
  • Il Vescovo, primo rappresentante di Cristo nella formazione.
  • Il Seminario nelle figure preposte alla cura del cammino formativo (rettore, padre spirituale, superiori, professori).
  • La comunità di provenienza, le associazioni e i movimenti spirituali, cioè la famiglia, la comunità parrocchiale di origine ed eventuali gruppi cattolici dove il candidato al sacerdozio è cresciuto.

In particolare, il n. 66 si focalizza attentamente sulle qualità richieste ai formatori che avranno a cuore l’accompagnamento dei giovani che intuiscono la vocazione al sacerdozio. Non viene esplicitamente nominata la figura della donna come possibile soggetto partecipante al gruppo dei formatori, ma non viene neppure esclusa apertamente la possibilità di un coinvolgimento del figura femminile.

Ai formatori è richiesta una «personalità matura e forte […] sotto il profilo umano ed evangelico»;[5] di qui la necessità nella sceltà degli stessi, consapevoli che «proprio nella scelta e nella formazione dei formatori risiede l’avvenire della preparazione dei candidati al sacerdozio».[6] Inoltre «il gruppo dei formatori dia testimonianza di una vita veramente evangelica e di totale dedizione al Signore».[7]

Particolare curiosità desta, al n. 67 dedicato alla formazione della dimensione intellettuale, l’utilizzo di una terminologia al maschile: «il teologo deve rimanere consapevole che con il suo insegnamento non si autorizza da sé, ma deve aprire e comunicare l’intelligenza della fede ultimamente nel nome del Signore e della Chiesa. In questo modo, il teologo, pur utilizzando tutte le possibilità scientifiche, esercita il suo compito su mandato della Chiesa e collabora con il Vescovo nel compito di insegnare»,[8] sebbene nello stesso paragrafo vengano parimenti usate le espressioni “insegnante di teologia” ed “educatore”.

2.2. Documenti magisteriali dell’Episcopato italiano

2.2.1. Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale (1974)

Dopo la chiusura degli anni di grazia del Concilio Vaticano II, il primo documento in ordine cronologico che troviamo è Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale[9]della Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica. Tema principale è quello della formazione al celibato che «viene qui considerato principalmente sotto l’aspetto umano alla luce delle scienze dell’educazione».[10] Vengono ribadite le mete della formazione seminaristica: «le mete educative programmatiche dei candidati al sacerdozio sono tre e rispondono all’esigenza di preparare personalità integralmente umane, cristiane e sacerdotali»,[11] prima di elencare i criteri d’azione dell’educatore (cfr. nn. 35 e ss.). È interessante notare come, nonostante il documento sia stato scritto alla metà degli anni ’70, si registri un’apertura significativa al contributo offerto dalle scienze umane circa la riflessione sulla personalità del soggetto umano. Infatti: «è necessario che egli sia cosciente di tutta la complessità fisiologica, psicologica, pedagogica, morale e ascetica del problema».[12]

Nulla si afferma circa la possibilità di un coinvolgimento delle donne nell’offerta formativa; anzi, con una certa audacia, viene affrontata la questione del rapporto tra il seminarista e la donna, offrendo addirittura suggerimenti su come il candidato al sacerdozio debba instaurare con le figure femminili un rapporto d’amicizia senza rischiare pericolosi “tracolli” (cfr. nn. 60-61). Ad esempio si incoraggia a formare i seminaristi anche sulle modalità relazionali da saper costruire: «è quindi compito dei seminari preparare gli alunni a contatti personali con la donna: aiutarli cioè non soltanto ad acquisire l’autodominio sulle proprie reazioni affettive alla sua presenza, ma anche a fare loro conoscere ciò che essa rappresenta nell’ordine dello spirito».[13]

2.2.2. Direttive sulla preparazione degli educatori nei seminari (1993)[14]

Nel 1993 la Congregazione per l’Educazione Cattolica pubblica questo testo allo scopo di offrire un orientamento direttivo sui criteri che gli educatori nei seminari devono avere. Vengono, naturalmente, raccolte le indicazioni dei documenti precedenti, come Optatam totius e la Ratio del 1985 oltre che le disposizioni della Pastores dabo vobis.

Finalmente si trova, al n. 20 e alla luce dell’Esortazione Apostolica Christifideles laici e la Lettera Apostolica Mulieris dignitatem, la possibilità di coinvolgere le donne nella formazione dei seminari. Alla luce dei testi sopracitati, si afferma che «potrà essere opportuno associare all’opera formativa del seminario, in forme prudenti e adatte ai vari contesti culturali, anche fedeli laici, uomini e donne, scelti secondo i loro particolari carismi e le loro provate competenze.Spazi di feconda collaborazione potranno essere individuati anche per i diaconi permanenti. L’attività di queste persone, opportunamente coordinata e integrata alle responsabilità educative primarie, è destinata ad arricchire la formazione soprattutto in quei settori nei quali i laici e i diaconi dispongono normalmente di particolari competenze, come la spiritualità familiare, la medicina pastorale, i problemi politici, economici e sociali, le questioni di frontiera con le scienze, la bioetica, l’ecologia, la storia dell’arte, i mezzi della comunicazione sociale, le lingue classiche e moderne».[15]

2.2.3. Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione delle dei candidati al sacerdozio[16]

Nel 2008 viene edito questo documento dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica. Nei nn. 3 e 4 si tematizza la questione della preparazione dei formatori. Troviamo scritto: «ogni formatore dovrebbe essere buon conoscitore della persona umana, dei suoi ritmi di crescita, delle sue potenzialità e debolezze e del suo modo di vivere il rapporto con Dio».[17] Essi, i formatori, «hanno bisogno di adeguata preparazione per operare un discernimento che permetta, nel pieno rispetto della dottrina della Chiesa circa la vocazione sacerdotale, sia di decidere in modo ragionevolmente sicuro in ordine all’ammissione in Seminario o alla Casa di formazione del clero religioso, ovvero alla dimissione da essi per motivi di non idoneità, sia di accompagnare il candidato verso l’acquisizione di quelle virtù morali e teologali necessarie per vivere in coerenza e libertà interiore la donazione totale della propria vita per essere “servitore della Chiesa comunione”».[18]

Il termine utilizzato in questo documento è «formatore» e, più avanti, «esperto» (cfr. n. 14), il quale «aiuterà il candidato a raggiungere una maggiore conoscenza di sé, delle proprie potenzialità e vulnerabilità»[19]. Dal momento, quindi, che non viene specificato il genere, si presuppone che anche la donna possa far parte di questa categoria di persone per poter contribuire, grazie alle proprie competenze umane e professionali, alla formazione del seminarista. Ormai non si avverte più l’esigenza, dato il periodo storico, di specificare il genere sessuale di coloro che possono essere ammessi nell’equipe formativa dei luoghi di formazione.

2.2.4. La Ratio fundametalis Institutionis Sacerdotalis (2016)[20]

L’ultimo documento meritevole di attenzione è la Ratio fundametalis Institutionis Sacerdotalis del 2016 che segue le due precedenti edizioni del 1970 e del 1985.

Fin dalle prime battute la struttura della formazione appare suddivisa in quattro aspetti: unico, integrale, comunitario e missionario.[21] Una formazione:

  • unica, perché dall’ingresso in seminario è concepita come «unico e ininterrotto cammino discepolare e missionario, [che] può essere suddivisa in due grandi momenti: la formazione iniziale nel seminario e la formazione permanente nella vita sacerdotale».[22] La formazione è unica, si potrebbe concludere, perché è unica la persona che la riceve: il seminarista che con l’ordinazione diventa un sacerdote.
  • Integrale, perché copre tutte le dimensioni della persona, le quali vengono raggruppate in quattro ambiti che determinano il contenuto della formazione: umana (cfr. nn. 93-100), spirituale (cfr. nn. 101-115), intellettuale (cfr. nn. 116-118) e pastorale (cfr. nn. 119-124). Il rischio da evitare è considerare questi ambiti come fasi successive; il seminarista, invece, è chiamato a crescere in ognuno di essi in modo simultaneo, graduale e progressivo durante tutto il percorso formativo, per poi continuare questo processo di crescita in seguito, durante la vita sacerdotale.
  • Comunitaria. Nell’introduzione questo aspetto è delineato in modo sintetico ma esaustivo: «la vocazione viene scoperta e accolta all’interno di una comunità, si forma in seminario, nel contesto di una comunità educante che comprende varie componenti del Popolo di Dio, per portare il seminarista, con l’ordinazione, a far parte della “famiglia” del presbiterio, al servizio di una comunità concreta».[23]
  • Missionaria. Infine, la formazione deve avere un carattere missionario. Se questa peculiarità dovrebbe essere distintiva per l’intera comunità ecclesiale, lo è a maggior ragione per chi è chiamato a seguire Cristo sulla via del sacerdozio; infatti lo «slancio missionario riguarda, in modo ancor più speciale, coloro che sono chiamati al ministero presbiterale, come fine e orizzonte di tutta la formazione».[24]

Alla comunità dei formatori sono dedicati i nn. 132-139. «Il gruppo di formatori non costituisce solamente una necessità istituzionale, ma è, innanzitutto, una vera e propria comunità educante che offre una testimonianza coerente ed eloquente dei valori propri del ministero sacerdotale».[25]

Ad essi è affidato, evidentemente, il discernimento sul cammino vocazionale del candidato; esso deve essere «complessivo, operato dai formatori in tutti gli ambiti della formazione, consentirà il passaggio alla tappa successiva solo a quei seminaristi che, oltre ad aver sostenuto gli esami previsti, abbiano raggiunto il grado di maturità umana e vocazionale di volta in volta richiesto».[26] In particolare, risaltano alcune figure di formatori “nuove”. Tra queste, il “coordinatore della dimensione umana”, nominato dai formatori, che si incaricherebbe di incoraggiare «un clima comunitario propizio per il processo di maturazione umana dei seminaristi, in collaborazione con altre figure competenti (in ambito psicologico, sportivo, medico, etc.)».[27] Senza dubbio la maturità umano-affettiva è stata quella su cui si è molto lavorato negli ultimi anni e per la quale si richiede proprio ai formatori una significativa preparazione per un giusto discernimento: «è importante che ogni seminarista sia consapevole e faccia partecipi i formatori della propria storia, del modo in cui ha vissuto la propria infanzia e adolescenza, dell’influenza che esercitano su di lui la famiglia e le figure parentali, della capacità o meno di instaurare relazioni interpersonali mature ed equilibrate, così come di gestire positivamente i momenti di solitudine. Tali informazioni sono rilevanti al fine di poter scegliere gli strumenti pedagogici opportuni, sia per la valutazione del cammino compiuto, che per la migliore comprensione di eventuali momenti di regressione o di difficoltà».[28] Perché i candidati si sentano sempre più nelle condizioni di potersi sentire liberi di comunicare, si ribadisce la necessità, da parte dei formatori, di stanziare in seminario (cfr. n. 132) per avere maggiori opportunità di conoscere i seminaristi.

Inoltre, particolare rilievo assume la figura dello psicologo, al fine di esprimere una «valutazione della personalità, esprimendo un parere sulla salute psichica del candidato, e nell’accompagnamento terapeutico, per far luce su eventuali problematiche e aiutare nella crescita della maturità umana».[29] Lo psicologo non fa parte dell’equipe dei formatori (cfr. n. 192), ma rientra nella categoria degli “specialisti” che «possono essere chiamati a offrire il loro contributo, ad esempio in ambito medico, pedagogico, artistico, ecologico, amministrativo e nell’uso dei mezzi di comunicazione»;[30]

3. Il contributo della donna nel percorso formativo dei futuri sacerdoti

Nei documenti che, per motivi di sintesi, abbiamo visitato molto rapidamente, si afferma, tra gli altri, un criterio fondamentale utile alla crescita umana ed affettiva dei candidati al sacerdozio: la formazione deve insistere nel rendere il seminarista di oggi (ed il prete di domani) capace di avere relazioni affettivamente ordinate con gli uomini e le donne che incontrerà sul cammino della vita.

Da questo principio ineccepibile potrebbe scaturire una domanda, apparentemente banale, ma che rivela una questione non da poco: se, nei seminari, manca la figura della donna come presenza normale, com’è possibile pensare una formazione che si ispiri anche al modello “femminile”?  La Ratio del 2016, forse per la prima volta in modo piuttosto esplicito, esalta proprio l’importanza della donna, auspicandone un sempre maggiore coinvolgimento nell’azione educativa e formativa.

Al n. 96 della Ratio del 2016 si legge: «il primo ambito in cui ogni persona impara a conoscere e apprezzare il mondo femminile è naturalmente la famiglia; in essa, la presenza della donna accompagna tutto il percorso formativo e, sin dall’infanzia, costituisce un positivo apporto alla sua crescita integrale. A questa molto contribuiscono anche le diverse donne che, con la loro testimonianza di vita, offrono un esempio di preghiera e di servizio nella pastorale, di spirito di sacrificio e di abnegazione, di cura e di tenera vicinanza al prossimo. Analoga riflessione si può fare sulla presenza testimoniale della vita consacrata femminile».[31]

Al modello di molte donne che offrono il loro contributo nelle comunità parrocchiali come educatrici, catechiste, come servizio per le pulizie, corrispondono quegli aspetti della personalità che il candidato al sacerdozio deve poter sviluppare sollecitato dalla formazione: preghiera e servizio nella pastorale, spirito di sacrificio e di abnegazione, cura e tenera vicinanza al prossimo. 

Tuttavia, fino a quando la figura femminile viene tenuta “in ombra”, lo stile che la caratterizza non potrà mai diventare un vero modello a cui ispirare la formazione seminaristica. È necessario avere volti e nomi visibili, come nel caso di Mary Melone, nel 2014 eletta rettore della Pontificia Università Antoniana o di Myriam Cortés Diéguez, rettore della Pontificia Università di Salamanca nel 2015.

Il n. 96 della Ratio riguarda le “debolezze” e i “momenti di crisi del seminarista” che «se adeguatamente compresi e trattati […], possono e devono diventare occasioni di conversione».[32] L’associazione è donna-debolezza-superamento-conversione; del resto, la comunità dei formatori è costituita da presbiteri scelti e ben preparati ed «è preferibile che la maggioranza del corpo decente sia costituita da presbiteri».[33]

La sezione della Ratio che affronta maggiormente la questione della presenza delle donne nell’opera formativa dei seminari è quello relativo al n. 151: «la presenza della donna nel percorso formativo del Seminario, o tra gli specialisti o nell’ambito dell’insegnamento, dell’apostolato, delle famiglie o del servizio alla comunità, ha una propria valenza formativa, anche in ordine al riconoscimento della complementarietà tra uomo e donna. Le donne rappresentano spesso una presenza numericamente maggioritaria tra i destinatari e i collaboratori dell’azione pastorale del sacerdote, offrendo un’edificante testimonianza di umile, generoso e disinteressato servizio».[34]

La Chiesa ha saputo oltrepassare i confini etnici prestissimo, ma non è ancora riuscita a oltrepassare quello di genere, anche se questo significa privare la comunità credente di talenti e servizi. Questo rappresenta un vero e proprio scandalo, un chiaro tradimento del Vangelo stesso.
La Chiesa, così ingessata sulle sue posizioni ultraconservative, potrebbe essere paradossalmente liberata da questa spirale proprio dalle donne; esse che mai sono state davvero e significativamente dentro la struttura gerarchica della Chiesa possono aiutarla a uscire dalla crisi che sta svuotando chiese e seminari. È il caso di osare un po’ di più.


[1] Cfr. Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen Gentium, 21 novembre 1964, inAAS 57 (1965) 5-75.

[2] Cfr.  Paolo VI, Motu proprio Ministeria quaedam, 15 agosto 1972 in AAS 64 (1972) 529-534.

[3] Cfr. Paolo VI, Lettera apostolica Summi Dei Verbum, 4 nov. 1963, in AAS 55 (1963) 979-995.

[4] Cfr. Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica post-sinodale circa la formazione dei sacerdoti nelle circostanze attuali Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, in AAS 84 (1992) 657-804.

[5] Ivi 66.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem.

[8] Ivi 67.

[9] Cfr. Sacra Congregazione per l’educazione cattolica , Orientamenti educativi per la formazione al celibato sacerdotale, 11 aprile 1974, in EV 5 (1974-1976) 190-426.

[10] Ivi 2, in EV 5 n. 198

[11] Ivi 17 , 201

[12] Ivi 35, 269.

[13] Ivi 60, 328.

[14] Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Direttive sulla preparazione degli educatori nei Seminari, 4 nov. 1993, in EV 13 (1991-1993) 3151-3284.

[15] Ivi 20, 3185.

[16]Cfr. Congregazione per l’Educazione Cattolica, Orientamenti per l’utilizzo delle competenze psicologiche nell’ammissione e nella formazione dei candidati al sacerdozio, 28 giugno 2008, in EV 25 (2011) 1258-1260.

[17] Ivi 3, 1247.

[18] Ibidem.

[19] Ivi 15, 1282.

[20] Cfr. Congregazione per il clero, Il dono della vocazione sacerdotale. Ratio fundamentalis Istitutionis Sacerdotalis, Città del Vaticano, LEV 2016.

[21] Ivi 1.

[22] Ivi 54.

[23] Ivi 3.

[24] Ivi 91.

[25] Ivi 132.

[26] Ivi 3.

[27] Ivi 137.

[28] Ivi 94.

[29] Ivi 147.

[30] Ivi 145.

[31] Ivi 95.

[32] Ivi 96.

[33] Ivi 146.

[34] Ivi 151.

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