LA FORMAZIONE CATECHISTICA DEI CANDIDATI ALL’ORDINE SACRO

Alla luce dei cambiamenti socio-culturali in atto che contribuiscono a dare una particolare configurazione all’impostazione pastorale delle nostre comunità cristiane, si può affermare con maggiore convinzione che in Italia il presbitero continua ad essere una figura centrale ed insostituibile nella catechesi.[1] Lo stato della catechesi nel nostro Paese è, infatti, fortemente condizionato dall’impegno e dalle competenze dei presbiteri in questo campo; esse andrebbero, dunque, acquisite sia durante la formazione teologico-pastorale offerta in seminario sia dalle proposte che strutturano la formazione permanente successiva.

In questo articolo si presenteranno, anzitutto, le più recenti indicazioni magisteriali che hanno messo in evidenza l’orientamento della Chiesa nazionale circa la formazione dei candidati all’Ordine sacro in campo catechetico; successivamente si prenderanno in esame i numeri che il Direttorio per la Catechesi riserva allo stesso tema. Infine, si proverà a capire se le indicazioni magisteriali vengono realmente tradotte in linee operative nella prassi formativa dei seminari, considerando gli eventuali passi in avanti finora compiuti e le aspettative che restano ancora inattese.

1. La formazione catechistica nei seminari secondo i documenti magisteriali

Dopo un primo tempo di discernimento vocazionale, il primo passo da compiere per chi si candida a ricevere l’Ordine sacro è rappresentato dalla disponiblità alla formazione in seminario. Quest’ultima va ad intervenire su una molteplicità di dimensioni (umana, spirituale, accademica e pastorale) della persona che aspira al presbiterato, al fine di darle una configurazione assimilabile il più possibile a quella del Maestro.

La domanda che possiamo porci è la seguente: quale rilevanza assume la catechetica nei piani formativi che vengono proposti durante l’intero itinerario?

Le indicazioni magisteriali circa la formazione dei futuri presbiteri emergono con maggiore evidenzia con l’avvento del Concilio Vaticano II. In un contesto di più ampia riflessione, infatti, viene ridefinita la figura stessa del presbitero[2] e, di conseguenza, anche l’offerta formativa che struttura il percorso di preparazione al sacerdozio.[3]

A partire dai due grandi documenti Presbyterorum ordinis e Optatam totius, la Sacra Congregazione per l’Educazione Cattolica e la Conferenza Episcolpale Italiana hanno provveduto a redigere, negli anni successivi, una serie di documenti[4] che hanno rappresentato l’impegno e lo sforzo di dare alla formazione in seminario una configurazione che richiamasse la nuova visione conciliare.

La pubblicazione di questi documenti portò alla produzione di documenti magisteriali, universali e locali, che interessarono espressamente la catechesi.[5] L’esortazione apostolica Pastores dabo vobis,[6] edita a conclusione del sinodo dei vescovi sulla formazione dei sacerdoti, rappresenterà l’inaugurazione di un nuovo tratto caratterizzante la formazione dei presbiteri, tanto da diventare, con la sua nuova visione dell’identità presbiterale, un punto di riferimento per i successivi documenti magisteriali e per una riflessione che porterà al rilancio di una rinnovata impostazione della formazione presbiterale.

1.1. Il Magistero universale nei documenti conciliari e post-conciliari

Nel documento Optatam totius afferma chiaramente l’«importanza somma della formazione sacerdotale»[7] alla quale è necessario «inserirvi elementi nuovi, rispondenti ai decreti e alle costituzioni conciliari, nonché alle mutate condizioni dei tempi».[8]

In esso si dichiara la peculiare caratterizzazione pastorale che deve assumere la formazione dei futuri presbiteri; le sollecitazioni formative non devono mai perdere di vista il fine pastorale verso cui devono tendere. Infatti, la filosofia deve aiutare ad acquisire una adeguata conoscenza della mentalità moderna perché i presbiteri di domani possano convenientemente prepararsi al dialogo con gli uomini del proprio tempo; la teologia deve ridare centralità allo scopo di cercare la soluzione dei problemi umani alla luce della Rivelazione, applicando le verità eterne alle mutevoli condizioni del mondo e a comunicarle in modo comprensibile agli uomini contemporanei. Anche la dimensione accademica della formazione in seminario, dunque, deve riscoprire la sua utilità pastorale, pena diventare riduttivamente erudizione speculativa.

La peculiarità pastorale dell’intera formazione richiede, inoltre, una diligente istruzione nelle cose che riguardano in modo speciale il ministero, specialmente nella catechesi, nella predicazione, nel modo di suscitare e favorire l’azione apostolica dei laici per promuovere forme più efficaci di pastorale. Risulta fondamentale perciò che i seminaristi imparino l’arte dell’apostolato non solo in modo teorico, ma anche nella prassi, affinché siano atti ad agire con responsabilità propria e in collaborazione con gli altri.[9]

Il decreto Christus Dominus[10] parla dei parroci come i principali collaboratori dei vescovi, chiamati a predicare la Parola di Dio a tutti i fedeli attraverso una catechesi appropriata all’età di ciascuno.

Nel decreto Presbyterorum ordinis,[11] oltre a ricordare la preziosa collaborazione del compito dei presbiteri nel rinnovamento ecclesiale, il Concilio Vaticano II li riconosce come educatori nella fede chiamati a curare, personalmente o per mezzo di altri, la vocazione che i fedeli laici, ispirati dallo Spirito, avvertono come opportunità di intervento per la costruzione del Regno.

Nel 1971 la Sacra Congregazione del Clero, rispondendo alla richiesta di Christus Dominus di redigere «un direttorio per l’istruzione catechistica del popolo»,[12] pubblica il Direttorio catechistico generale. Il documento, parlando della formazione catechistica degli operatori pastorali, indica come scopo fondamentale della formazione catechistica l’abilitazione alla comunicazione del messaggio cristiano, che richiede una formazione teologico-dottrinale, antropologica e metodologica.

Nella Catechesi tradendæ[13]del 1979, Giovanni Paolo II rivolge a tutta la Chiesa un accorato appello alla fiducia nei confronti dell’azione catechistica, invitando tutti a investire ogni energia e risorsa sulla catechesi, senza badare a risparmio, al fine di formare un bacino di operatori pastorali qualificati. Agli stessi sacerdoti si chiede di impegnare uomini ed energie sulla formazione catechistica, ricordando l’insostituibile apporto che i laici offrono nell’ambito pastorale parrocchiale.

Nel 1992 viene edito Pastores dabo vobis. Il documento rappresenta una “pietra miliare” per una rinnovata impostazione dei percorsi formativi destinati ai candidati all’Ordine sacro. Il Pontefice afferma, anzitutto, che tale formazione è considerata, nella Chiesa e dalla Chiesa, come un compito di massima delicatezza ed importanza per il futuro dell’evangelizzazione, soprattutto in vista di un improrogabile impegno al dialogo con un contesto completamente aggiornato dalle più recenti istanze socio-culturali. In particolare, il testo si focalizza sul legame che rannoda fortemente il ministero sacerdotale dei presbiteri e l’agire apostolico dei laici.[14] Per scongiurare il rischio di una divaricazione tra un laicato sempre più formato di fronte al sorgente panorama storico e di una figura presbiterale ancora eccessivamente legato ad un impianto formativo obsoleto, si esige lo studio di una vera e propria disciplina teologica, la teologia pastorale o pratica, che viene definita come «una riflessione scientifica sulla Chiesa nel suo edificarsi quotidiano, con la forza dello Spirito, dentro la storia».[15]

Lo studio di questa disciplina deve illuminare l’applicazione operativa attraverso esperienze pastorali che possono confluire in un vero e proprio tirocinio pastorale. La formazione pastorale, però, non può ridursi ad un semplice apprendistato per familiarizzarsi con qualche “tecnica pastorale”, la proposta del seminario è chiamata a farsi carico di iniziare il seminarista alla sensibilità del pastore.[16]

Tuttavia, nell’esortazione non si trova nessun riferimento ad una specifica formazione catechetica dei presbiteri.

Con il nuovo Direttorio generale per la catechesi, edito nel 1997 come aggiornamento del precedente Direttorio, si trova un’approfondita riflessione circa i compiti del presbitero nella Chiesa.[17] In particolare si afferma che «si dovrà prestare attenzione alla formazione catechetica dei presbiteri, tanto nei piani di studio della formazione seminaristica quanto nel periodo della formazione permanente. Si chiede ai Vescovi che questa formazione sia scrupolosamente curata».[18]

Nel recente documento Ratio fundamentalis istitutionis sacerdotalis del 2016 si ribadisce l’esigenza di disporre di una formazione che abbia una evidente vocazione pastorale che possa aiutare il seminarista ad acquisire una libertà interiore necessaria per vivere l’apostolato come servizio all’uomo del nostro tempo. Perché ciò possa avvenire in modo sempre più adeguato, alle scienze filosofico-teologiche si rende necessario affiancare o rafforzare ulteriormente l’apporto che possono dare alla formazione le scienze umane, quali la sociologia, la psicologia, la pedagogia, allo scopo di accrescere nel seminarista la capacità di conoscere l’animo umano nelle sue risorse e nelle sue fragilità. Tuttavia, il documento, pur accennando nuovamente la disciplina specifica della teologia pratica o pastorale, non fa alcun riferimento alla catechetica come materia da inserire nel curriculum ordinario di cui si compone il percorso accademico di base proposto ai seminaristi nelle facoltà teologiche; essa potrebbe rientrare, eventualmente, soltanto come disciplina inserita nell’offerta accademica del ciclo di studi di II° grado di specializzazione a carattere pastorale.[19]

1.2. Il Magistero italiano

In seguito al Concilio Vaticano II, anche sul nostro territorio nazionale, sono stati redatti alcuni documenti intorno al tema della formazione dei presbiteri o dei candidanti all’Ordine sacro sulla catechesi.

Nel testo Il rinnovamento della catechesi, ci si limita a riportare sempplicemente i numeri 14 e 16 di Optatam totius.

Nel 1972 viene pubblicato il documento La preparazione al sacerdozio ministeriale. Si ribadisce la necessità di una formazione “al passo coi tempi”, il carattere pastorale che deve assumere la formazione filosofico-teologica e, soprattutto, l’esigenza di armonizzare studio e prassi. La disciplina della teologia pastorale viene collocata al termine del percorso accademico perché si presenti come sviluppo e conseguenza dei precedenti studi teologici.

In tempi più recenti, come si è già accennato, i Vescovi italiani hanno deciso di aggiornare la Ratio, integrando al suo interno anche il regolamento per gli studi teologici. Un’ampia parte del documento è dedicata alla descrizione dei profondi mutamenti del mondo giovanile e la grande varietà di situazioni che necessitarno le conoscenze catechistiche di base. La formazione pastorale costituisce il fine e la cifra di tutta la formazione dei presbiteri in Italia; essa non è in primo luogo l’offerta di tecniche e metodologie, ma è educazione a un modo di essere che orienti e unifichi l’intera personalità. Questo compito è affidato alla teologia pastorale che viene strutturata e articolata secondoi vari ambiti pastorali. La catechetica compare tra questi.

Un’importanza particolare viene data alla possibilità di esperienze di tirocinio pastorale[20] e la catechetica viene inserita come disciplina da proporre al sesto anno di formazione. Tuttavia si afferma, altresì, che queste discipline possono anche essere sostituite con altre considerate, per necessità locali, più necessarie ed opportune. Viene anche definito l’obbiettivo della catechetica: «avviare all’assunzione di responsabilità nella relazione catechistica, perché l’alunno sia in grado di: collocare la pratica catechistica all’interno della situazione pastorale; identificare e risolvere le situazioni problematiche; acquisire alcune competenze e abilità; valutare le risorse del gruppo catechistico e avviare una formazione di base».[21]

Il recente Direttorio per la catechesi,[22] edito nel 2020,riserva un intero paragrafo alla formazione catechistica dei candidati all’Ordine sacro,[23] inserendolo nel cap. IV riservato alla questione della formazione dei catechisti.

Anzitutto è interessante notare che si fa dipendere la qualità della catechesi della comunità cristiana «anche dai ministri ordinati che se ne prendono cura».[24] Questa chiarificazione, apparentemente superflua, è da intendersi, piuttosto, come assolutamente indicativa. Infatti, considerata l’attuale prassi catechistico-pastorale esistente nella maggior parte delle comunità parrocchiali, l’ambito della catechesi (in tutte le forme) sembra sia stata quasi esclusivamente lasciata alla gestione e alla coordinazione dei laici, ai quali, di norma, si chiede un minimo di requisiti da acquisire, possibilmente, in un corso di formazione per operatori pastorali.

Nel Direttorio, invece, oltre a evidenziare che la qualità della catechesi nella prassi pastorale comunitaria dipende anche dai ministri ordinati, viene anche ribadito che «non può mancare, lungo il processo formativo dei candidati all’Ordine sacro, una specifica istruzione sull’annuncio e la catechesi».[25] Affinchè la formazione, poi, non si riduca meramente ad un’azione informativa, ma assuma sempre di più un carattere trasformativo, il documento suggerisce alcuni «segni concreti» che ne possono verificare l’efficacia: «passione per l’annuncio del Vangelo; abilità nel catechizzare i fedeli; capacità di dialogo con la cultura; spirito di discernimento; disponibilità a formare i catechisti laici e a collaborare con loro; capacità di ideazione creativa di percorsi di educazioni alla fede».[26]

Questo lungo elenco di segni concreti, come li definisce il Direttorio, esplicita chiaramente il valore pastorale che deve assumere la formazione dei futuri presbiteri. Per comprenderne interamente la portata di significato, l’elenco andrebbe riletto alla luce dei criteri formativi che il documento presenta nei numeri precedenti,[27] ove il presbitero (definito al n. 116 “parroco”) viene presentato come «il primo catechista nella comunità parrocchiale»[28]. Si potrebbe affermare che, di fatto, il cammino di formazione catechistica che i futuri presbiteri sono chiamati a compiere è equiparabile a quello che i catechisti laici dovrebbero ugualmente percorrere per presentarsi come persone qualificate per educare altri alla fede. Più precisamente:

  1. la «passione per l’annuncio del Vangelo» va radicata in una profonda «spiritualità missionaria ed evangelizzatrice»[29] che sia assolutamente vissuta «in prospettiva missionaria»[30] a motivo di un contesto scristianizzato che attende, con nuovo slancio, l’annuncio del Vangelo;
  2. «abilità nel catechizzare i fedeli»: anche l’azione di catechizzare, alla luce dell’orizzonte che fa da sfondo all’intero Direttorio, è da intendersi in chiave missionaria (cfr. n. 49-50). Infatti, «in questa rinnovata consapevolezza della sua vocazione, la Chiesa ripensa anche la catechesi come una sua opera in uscita missionaria».[31] Il Direttorio, tuttavia, utilizza il termine “catechizzare” anche in chiave propositiva, nel senso di rendere i fedeli consapevoli di ricoprire anch’essi un ruolo attivo nella missione evangelizzatrice della Chiesa: «la catechesi, inoltre, forma alla missione, accompagnando i cristiani alla maturazione di atteggiamenti di fede e rendendoli consapevoli del loro essere discepoli missionari, chiamati a partecipare attivamente all’annuncio del Vangelo».[32]
  3. «capacità di dialogo con la cultura»: questa competenza del catechista e, dunque, anche del presbitero, richiama alla dimensione del sapere della formazione.[33] In particolare, nel documento viene affermato che «insieme alla fedeltà al messaggio della fede, il catechista è chiamato a conoscere l’uomo concreto e il contesto socio-culturale in cui vive» (n. 146) avvalendosi volentieri dell’apporto delle scienze umane, quali la psicologia, la sociologia, la pedagogia e le scienze dell’educazione, della formazione e della comunicazione.
  4. Se lo «spirito di discernimento» è proprium del sacerdote in quanto ministro ordinato, la «disponibilità a formare catechisti laici e a collaborare con loro» oltre che la «capacità di ideazione creativa di percorsi di educazione alla fede» rappresentano un impegno ed una responsabilità che mai i presbiteri dovrebbero dimenticare. Erroneamente si pensa che la formazione dei catechisti laici sia appannaggio dei centri di formazione delegati, nella comunità diocesana, a questo servizio. In realtà, i presbiteri dovrebbero sapere che la formazione non è semplicemente un’attività di apprendimento compiuta una volta per tutte, ma rientra in quell’atteggiamento di duttilità che li porta a riconoscersi e a riconoscere negli altri la necessità di un cammino formativo permanente, di cui l’apprendimento è soltanto una parte. Infine, il riferimento alla capacità di ideazione creativa di percorsi formativi alla fede sottende alla consapevolezza che, considerato l’attuale panorama socio-culturale che si presenta in continua evoluzione, oggi non è possibile immaginare una progettazione pastorale monolitica e fissista, incapace di cogliere le sollecitazioni sociali che ne richiedono il continuo aggiornamento. Dunque, si chiede anche al presbitero la disponibilità ad aprirsi alla creatività dello Spirito che chiede ai pastori di immaginare nuove vie e nuovi modelli di evangelizzazione.

Al n. 152 del Direttorio viene, poi, presentato un elenco di punti che necessitano di un’attuazione urgente nei seminari e nelle case di formazione.[34] Si tratta, di fatto, di una vera e propria “proposta disciplinare” che andrebbe semplicemente inserita nel curriculum di studi attualmente in vigore.

2. Il posto della catechesi nel piano di studio attuale dei seminari

In precedenza si è provato a dimostrare che le indicazioni magisteriali circa la formazione catechetica dei presbiteri non mancano, ma sembra necessario a questo punto chiederci se questa legislazione venga realmente messa in pratica nei seminari e in quale modo i futuri presbiteri si preparino ad assumersi responsabilità così importanti nel campo della catechesi.

2.1. Indagini e richieste

Negli scorsi decenni furono fatti diversi interventi investigativi (analisi e ricerche) per tentare di comprendere quale posto occupasse la catechesi all’interno dei piani formativi proposti ai futuri sacerdoti.[35] Tra le cose positive e i limiti evidenziati appariva che la catechetica si trovava ancora in una situazione di precarietà con programmi incerti e spesso teorici, con poco tempo a disposizione, isolata rispetto agli altri corsi e staccata dalla stessa prassi catechistica. I risultati riportati sottolineavano la necessità di ristrutturare il curriculum di studi teologici in modo da promuovere la conversione interdisciplinare dei docenti, non solo per una riqualificazione della catechetica, ma anche per una autentica finalizzazione pastorale di tutta la formazione presbiterale.

Agli inizi degli anni ’90, il catecheta Ubaldo Gianetto, riprendendo le ricerche del Gruppo Catecheti Italiani, ha provato a delineare i motivi per cui la catechetica stenta ad entrare a pieno diritto nei piani di studi teologici proposti nei seminari.

Anzituttto egli addebbita questo ritardo ad una mancanza di mentalità sulla questione; la causa principale, secondo lo studioso, consiste nel prevalere di un’impostazione ancora eccessivamente dottrinale della formazione teologica che sembra preoccuparsi meramente della trasmissione di contenuti teologici, per poi rimandare soltanto all’ultima parte del cammino formativo, l’acquisizione di alcune “tecniche” utili nella prassi pastorale. La stessa legislazione, rileva lo studioso, appare contradditoria: nell’intento di dare maggior rilievo allo studio dei problemi pastorali, ha creato un anno dedicato a tale scopo, ponendolo al termine degli studi (il sesto anno). Questo, tuttavia, ha portato ugualmente ad esiti negativi circa la situazione spesso precaria in cui si svolge questo “anno pastorale” e circa l’interesse catechetico che viene a collocarsi come un’appendice che si aggiunge ad altri interessi (filosofici, dogmatici, liturgici), piuttosto che svilupparsi come elemento centrale in tutta la formazione. Se infatti, secondo l’autore, la formazione catechetica fosse avviata nei primi anni di seminario e proseguita nel tempo successivo, influenzerebbe il modo di compiere tutto il resto degli studi teologici, aiutando a comprendere come essi siano al servizio della formazione della personalità del cristiano.

In ultimo, Gianetto sottolinea anche la mancanza di formatori qualificati, sottolineando la differenza tra le energie e gli sforzi profusi per mettere a disposizione un corpo docenti ben preparato negli altri ambiti delle discipline teologiche e le poche, pressocchè insufficienti, pensate per preparare docenti esperi di catechetica.

Nel convegno di catecheti europei circa la formazione dei responsabili e degli agenti della catechesi del 1996, viene riconosciuto quasi all’unanimità che la formazione catechetica dei seminaristi e sacerdoti in Europa si presenta ancora piuttosto carente. Secondo gli esperti, infatti, questo rilievo, ritornato più volte nel corso dei lavori del convegno, è un elemento che condiziona fortemente il rinnovamento della catechesi e tutto lo sviluppo del tema della formazione.[36]

L’ultimo confronto tra esperti su questa materia si è svolto nel 2003, a Roma. In questa sede si riunirono i Vescovi e i maggiori Responsabili della catechesi in Europa.[37]

In sintesi, si evince, ancora una volta, che nel corso della formazione teorica dei futuri presbiteri non si manifestano in modo adeguato le direttive dei nuovi documenti; inoltre, la formazione metodologica e pratica, relativa alla costruzione di comunità, è carente o manca del tutto. Si constata un diffuso disorientamento e incertezza dei seminaristi per quel che riguarda il ministero della catechesi. Per quanto riguarda la formazione in Italia, si sottolinea come la formazione catechetica nei seminari e nelle facoltà teologiche, mai specificamente elaborata, sia sovente generica e sempre rimandata agli ultimi tempi del curriculum accademico. La mancanza di competenze in ambito catechetico produce, di conseguenza, una scarsa passione per questa dimensione fondamentale della pastorale ecclesiale che, successivamente, si evidenzia nella conduzione precaria delle comunità parrocchiali. Per invertire la marcia, si chiedono espressamente delle direttive più specifiche e proposte reali di formazione.[38]

2.2. Quale possibile formazione catechistica per i futuri presbiteri oggi?

Purtroppo la questione della formazione catechetica dei seminaristi o dei presbiteri trova ancora poco spazione nella riflessione degli esperti in materia. Anche a livello più concreto non si trovano testi o manuali che possano indicare direttive significativi su come impostare una fromazione in questo ambito, anche durante il percorso degli studi teologici. È interessante notale la smisurata disponibilità di materiale esistente attualmente circa la formazione dei catechisti, mentre non si trova equivalente bibliografia circa la formazione catechistica dei futuri presbiteri o dei sacerdoti che vorrebbero acquisire competenze in materia.

Quali restano i passi da compiere per una formazione nei seminari e per i presbiteri che non si riduca soltanto alla dimensione intellettualistica o spirituale?

Anzitutto appare fortemente necessario comprendere come «non sia possibile una autentica formazione catechetica dei presbiteri in Italia, senza aver preso coscienza dei propri riferimenti teorici e criteriologici nel campo dell’ecclesiologia, della formazione e della catechetica».[39] Il primo passo da compiere, dunque, consiste in una chiarificazione terminologica che interessa la catechetica e le sue funzioni all’interno del più ampio bacino di formazione: «che cosa intendiamo per formazione? Che cos’è la catechetica? Per quali presbiteri e per quale Chiesa? Sarà, perciò, di primaria importanza definire gli orizzonti entro cui comprendere e strutturare la proposta formativa: la dimensione ecclesiologica, all’interno della quale si gioca l’identità presbiterale; la dimensione formativa, che pone le fondamenta del cammino; la dimensione catechetica, sulla quale si radica tutta la specificità di questa formazione. In base alle scelte, consapevoli o meno, che si fanno in ordine a questi orizzonti si struttura la formazione catechetica dei presbiteri».[40]

Una volta decisa la piattaforma comune di significato e definiti i “contorni identitari” della catechetica, si possono può tentare di indicare alcuni orientamenti che possono portare a scelte consapevoli che potrebbero ridisegnare alcuni itinerari formativi:

  • la scelta ecclesiologica deve essere, evidentemente, quella emersa dall riflessione conciliare che ha posto l’intero popolo di Dio come soggetto attivo nella missione evangelizzatrice della Chiesa (cfr. Lument gentium nn.5-71). Il presbitero, come si accennava in precedenza, vincola il suo ministero all’interno della comunità cristiana che egli è chiamato a guidare, ma non a sostituire. Piuttosto egli è invitato a promuovere ciascuno ad un cammino verso la maturità di fede. In tal senso, la formazione deve necessariamente superare il significato di mero apprendimento che insiste unicamente sulla sfera cognitiva del soggetto, per poter diventare, invece, formazione trasformativa che richiede il coinvolgimento integrale della persona in formazione, senza perdere di vista la vita reale in cui il presbitero è chiamato ad intervenire.[41]
  • Il compito del presbitero nella catechesi. Se il presbitero assume un ruolo fondamentale all’interno della comunità nell’ambito catechetico, bisogna specificare quali sono i compiti che spettano propriamente alla sua persona. Potremmo dire che, a motivo della sua configurazione ontologica con Cristo, assunta con il ministero ordinato, il presbitero è, anzitutto, moderatore della catechesi «poiché in forza dell’Ordinazione egli è chiamato a garantire apostolicità e cattolicità all’annuncio del Vangelo nella comunità ecclesiale che presiede».[42] Egli è anche educatore nella fede, poiché «sostiene, alimenta e fortifica la risposta di fede dei credenti, affinché siano abilitati a raggiungere la maturità cristiana e all’agire missionario».[43] Infine, in veste di catechista dei catechisti, è chiamato a formare ed accompagnare i catechisti nel loro personale cammino di fede e nel servizio pastorale che svolgono all’interno della comunità.

Questi cenni teorici circa la formazione dei futuri presbiteri in seminario portano a concludere come, di fatto, i compiti che sempre più vanno acquisiti durante gli anni di formazione corrispondono pienamente ai compiti specifici dei catecheti: formare annunciatori della Parola, finalizzare in modo interdisciplinare gli studi teologici in vista dell’azione pastorale, progettare nuove comunità cristiane.

In conclusione. Sebbene «la professionalità “tecnica” e superiore di coloro che si occupano di riflessione scientifica, metodica e strutturata sull’atto catechistico non sia necessaria ai presbiteri, appare tuttavia evidente, visti i molti e impegnativi compiti che attendono i presbiteri nelle comunità cristiane, che non sia sufficiente una formazione catechistica di base finalizzata alla pratica catechistica. I presbiteri infatti sono chiamati a saper leggere la realtà della catechesi e, anche con l’aiuto di esperti nel campo, animarla e progettarla all’interno della propria comunità. Sembra perciò indispensabile parlare della necessità di formare i presbiteri a un’autentica competenza catechetica, che si articola in una serie di macrocompetenze che, come accade per la formazione dei catechisti, orientano, organizzano e plasmano l’apprendimento e le tappe formative in vista di uno sviluppo armonico, coerente e globale».[44]

La possibilità di ideare strade o possibili percorsi di realizzazione di quanto scritto è concreta, oltre che necessaria. Intanto basti, per ora, riportare alla ribalta la questione della formazione catechetica dei presbiteri che sarebbe un primo passo, per nulla scontato, verso orizzonti finora insperati.


[1] Cfr.C. BISSOLI, La presenza del presbitero nella catechesi. La situazione italiana, in «Notiziario dell’Ufficio Catechistico Nazionale» 32 (2003) 4, 31.

[2] Cfr. Concilio Vaticano II, Decreto Presbyterorum ordinis, 7 dicembre 1965, n. 6, in «Acta Apostolicae Sedis» 58 (1966) 999-1000.

[3] Cfr.Concilio Vaticano II, Decreto Optatam totius, 28 ottobre 1965, in «Acta Apostolicae Sedis» 58 (1966) 713–727.

[4] Cfr. Congregazione per l’educazione cattolica, Ratio fundamentalis istitutionis sacerdotalis, 6 gennaio 1970, in «Acta Apostolicae Sedis» 62 (1970) 321–384; Conferenza Episcopale Italiana, La preparazione al sacerdozio ministeriale. Orientamenti e norme, 12 luglio 1972, Edizioni Pastorali Italiane, Roma ²1973.

[5] Cfr. Conferenza Episcolpale Italiana, Il rinnovamento della catechesi, 2 febbraio 1970, Edizioni Pastorali Italiane, Roma 1970;COngregazione per il Clero, Direttorio catechistico generale, 11 aprile 1971, in «Acta Apostolicae Sedis» 64 (1972) 97-176.

[6] Cfr. Giovanni Paolo ii, Esortazione apostolica Pastores dabo vobis, 25 marzo 1992, n. 11, in «Acta Apostolicae Sedis» 84 (1992) 674.

[7] OT, Proemio.

[8] Ibidem.

[9] Cfr. OT, nn. 1.4.14-19.

[10] Cfr.Concilio Vaticano II, Decreto Christus Dominus, 28 ottobre 1965, n. 30, in «Acta Apostolicae Sedis» 58 (1966) 688.

[11] Cfr. PO, nn. 1.6.

[12] CD, n. 44.

[13] Cfr.Giovanni Paolo II, Esortazione apostolica Catechesi Tradendae, 16 ottobre 1979, nn. 15.64, in «Acta Apostolicae Sedis» 71 (1979) 1289.1330.

[14] Cfr. PV, nn. 2-3.

[15] Ivi, n. 57.

[16] Cfr. Ivi, nn. 57-58.

[17] Cfr., Direttorio generale per la catechesi, nn. 224-225.

[18] Ivi, n. 234.

[19] Cfr. Congregazione per il Clero, Il dono della vocazione presbiterale, introduzione e nn. 119.163.170.185.

[20] Cfr. Conferenza Episcopale Italiana, La formazione dei presbiteri nella Chiesa italiana. Orientamenti e norme per i seminari, nn. 1.101-103, in «Notiziario della Conferenza Episcopale Italiana» 40 (2006) 10, 300.364-365.

[21] Ivi, n. 416.

[22] Cfr. Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, Direttorio per la catechesi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2020.

[23] Ivi, nn. 151-153.

[24] Ivi, n. 151.

[25] Ibidem.

[26] Ibidem.

[27] Cfr. Ivi, nn. 130-150.

[28] Ivi, n. 116.

[29] Ivi, n. 135.

[30] Ibidem; cfr. Ivi, nn. 38-41;cfr. Evangelii gaudium, n. 262.

[31] Ivi, n. 50.

[32] Ibidem.

[33] Cfr. Ivi, n. 46.

[34] Come indicato nella Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis del 2016 ai nn. 59, 72, 157b, 177, 181, 185.

[35] Cfr. L.Soravito, L’insegnamento della catechetica nelle facoltà teologiche e nei seminari, in Gruppo Italiano Catecheti, La catechetica: identità e compiti. Atti del II Incontro Nazionale dei catecheti italiani, Frascati 23-25 aprile 1977, Segreteria del Gruppo Italiano Catecheti, Udine 1977, 27-41.

[36] Cfr. E..Alberich, La formazione dei responsabili e degli agenti della catechesi. Indicazioni da un convegno di catecheti europei, in «Orientamenti pedagogici» 43 (1996) 6, 1336.

[37] Per una sintesi dei lavori cfr. C. Nosiglia, Incontro dei Vescovi e responsabili nazionali della catechesi in Europa, in «Notiziario dell’Ufficio Catechistico Nazionale» 32 (2003) 4, 10.

[38] Cfr. J. Bozanic, La formazione permanente del prete nella catechesi, in «Notiziario dell’Ufficio Catechistico Nazionale» 32 (2003) 4, 75-76.

[39] G. Gagni, Catechesi e formazione catechetica dei presbiteri, in «Catechetica ed Educazione» 4 (2019) 1, 203.

[40] Ibidem.

[41] Per approfondire il concetto di formazione come “trasformazione”, cfr. G. Barbon – R. Paganelli, Pensare e attuare la formazione, Elledici, Torino 2016.

[42] Gagni, Catechesi e formazione catechetica dei presbiteri, 204.

[43] Ibidem.

[44] Ivi, 205.

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